Una deludente Vargas

Dopo sei anni di astinenza, non potevo lasciarmi sfuggire l’ultimo giallo di Fred Vargas, e mi sono precipitato in libreria convinto che il mio amato commissario Adamsberg mi avrebbe tenuto ottima compagnia in questi giorni di pioggia. Purtroppo non è andata così, e, giunto alla  centosettantottesima pagina del ponderoso volume, ho gettato la spugna. Troppo raffazzonato e mal scritto per convincermi ad andare avanti nella speranza di un miglioramento, o di un finale “alla Vargas” capace di riscattare una storia improbabile e sciatta.  

In “Sulla pietra”, edito in Italia da Einaudi, un Adamsberg irriconoscibile, pallido erede dell’affascinante poliziotto che risolveva i suoi casi affidandosi a un formidabile intuito, si è trasformato in un petulante investigatore che parla per enigmi con i sottoposti e viene catapultato in Bretagna per togliere dai guai un tizio che potrebbe essere, ma forse non lo è, un lontano erede del visconte di Chateaubriand. Perché il parigino Adamsberg e perché in Bretagna? Perché qualche mese prima il nostro commissario si era fatto notare dal ministero arrestando il mostro che proprio in quei luoghi aveva ucciso cinque ragazze. E come aveva fatto? Non con l’intuito, ma banalmente scoprendo sul corpo di una delle vittime una macchiolina di sangue dell’assassino. 

Questo, badate bene, non è uno spoiler. Il caso del mostro viene liquidato in fretta e sembra inserito a bella posta nel racconto all’unico scopo di raggiungere il numero di pagine richiesto dall’editore, che sono oltre quattrocentosessanta. Lo stesso si può dire di altre vicende complementari, come il fantasma che terrorizza il paesino e il rapimento di un membro della squadra di Adamsberg che riesce a liberarsi grazie alla sua possente muscolatura — a questo punto gli affezionati lettori di Vargas avranno già capito chi è — e arresta da solo, a mani nude, i rapitori. I quali vengono descritti come due idioti entrati in scena per caso.

Quanto alla vicenda principale, al momento in cui ho abbandonato la lettura le vittime erano tre, tutte accoltellate con mortale precisione, e tutte con punture fresche di pulci sul corpo. A Vargas, che nella vita “vera” si chiama Frédérique Audouin-Rouzeau e si è  occupata di archeozoologia, piacciono gli insetti. Di pulci aveva già parlato nello splendido “Parti in fretta e non tornare”, mentre ne “Il morso della reclusa” al centro del racconto c’erano i ragni. Ma qui la forzatura è troppo evidente per appassionare davvero, e soprattutto appare inverosimile il meccanismo di indagine che ne consegue.

Ammettiamolo. Anche in altri romanzi la Vargas non si preoccupava molto della verosimiglianza. Ma si faceva perdonare con la raffinata complessità della trama e l’eleganza dello stile. In “Sulla pietra”, purtroppo, la complessità è diventata un confuso affastellarsi di incoerenze, e la scrittura lascia molto a desiderare.

Che è successo a Fred Vargas in questi sei anni di silenzio? Non lo so, e non voglio saperlo. Ma ho il forte sospetto che l’autrice si sia disamorata del personaggio, e che dietro al ritorno di Adamsberg vi siano esclusivamente motivi economici. Verrebbe quasi da pensare che non l’abbia scritto lei.

In ogni caso, che triste fine per il commissario più deliziosamente svagato della letteratura poliziesca mondiale.

Battista Gardoncini

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