Marshals, la tv nel segno di Trump

Non amo le stroncature, e di solito, se quello che vedo non mi piace, evito di parlarne. Ma in questo caso faccio una eccezione.  “Marshals”, la serie TV che Paramount sta mandando in onda con cadenza settimanale sulla sua piattaforma, è stata presentata come un seguito di “Yellowstone”, ma non riesce mai a sollevarsi da una desolante mediocrità nonostante gli sforzi degli autori.  Consiglio tuttavia  di vederne almeno qualche episodio per quello che rivela del modo di pensare dell’America profonda, che ha il culto delle armi e giustifica ogni sorta di violenza purché il bene trionfi e i cattivi – veri o presunti –  vengano eliminati. Insomma, per capire Trump, una puntata di “Marshals” è più utile di tante raffinate analisi politiche e sociali.

I Marshals sono il più antico corpo di polizia federale degli Stati Uniti. Fondati nel 1789, svolgono nella realtà ruoli minori: cattura di latitanti, protezione dei testimoni, trasporto detenuti e protezione delle corti federali. Nella serie il protagonista è l’ultimo dei Dutton di “Yellowstone”,  Kayce Dutton. Ex Navy Seal, vedovo inconsolabile, il giovanotto si aggrega a un gruppo di marshals guidato da un ex compagno d’armi. Insieme, mentre riflettono sul loro insostituibile ruolo nel garantire la sicurezza degli onesti cittadini, vanno ampiamente oltre le competenze e fanno fuori almeno una decina di malviventi a puntata, prendendo di mira rapinatori, spacciatori, terroristi e trafficanti di esseri umani. 

La decisione di concludere ogni vicenda nell’ambito di uno o al massimo due episodi porta a trame scontate  e ripetitive, e la recitazione poco convinta del protagonista Luke Grimes e dei suoi compagni affossa tutti i tentativi di dare spessore ai personaggi. Deve pensarla così anche  il creatore di “Yellowstone” Taylor Sheridan, che compare nei titoli di testa come produttore esecutivo, ma non come autore. Insomma, prende i soldi, ma un po’ si vergogna.

gbg

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