Molti anni fa, quando la collana di fantascienza Urania pubblicò in Italia “La lunga marcia”, un potente romanzo distopico opera dello sconosciuto Richard Bachman, ricordo di aver pensato che quel tizio era davvero bravo, e che avrei ancora sentito parlare di lui. Non mi sbagliavo, perché qualche tempo dopo saltò fuori che Bachman era lo pseudonimo di Stephen King. Da allora “La lunga marcia” occupa un posto speciale nella mia biblioteca, e dunque non potevo mancare all’appuntamento con la sua versione cinematografica, opera del regista Francis Lawrence, noto per aver diretto cinque film della saga degli “Hunger Games”. Temevo il peggio, ma tutto sommato non mi ha deluso, anche se non condivido la decisione del regista di riscrivere il finale del libro per accentuarne il significato di rivolta contro il sistema.
La lunga marcia è quella che cento giovani, estratti a sorte per rappresentare al meglio il sogno americano, devono percorrere nelle desolate strade di un paese in preda alla depressione, sotto gli occhi delle telecamere e senza mai fermarsi. Quelli che non ce la fanno vengono uccisi dai soldati. Il vincitore diventa un eroe nazionale.
Non era facile fare un film partendo da un testo che privilegia il tormento dei personaggi e riduce l’azione a una interminabile camminata costellata di fucilazioni, e infatti altri registi avevano alla fine rinunciato all’impresa. Lawrence ha scelto di puntare tutto sui dialoghi tra i concorrenti, correndo consapevolmente il rischio di appesantire la narrazione. Ma dalla sua ha la forza della idea originale di King e un gruppo di affiatati giovani attori, tra cui spiccano Cooper Hoffman nei panni del protagonista e David Jonnson in quelli dell’avversario che, nonostante le circostanze, diventa un amico. Efficace anche l’ ambientazione in un tristissimo paesaggio rurale, dove i concorrenti camminano tra pochi spettatori non particolarmente coinvolti.
gbg