Cento anni fa, a Livorno

Cento anni sembrano tanti, ma non lo sono. La storia lascia segni profondi sul presente, soprattutto quando è grande storia. E quella del partito comunista nato a Livorno il 21 gennaio del 1921 con l’uscita dei “rivoluzionari” Bordiga e Gramsci dal partito socialista italiano guidato da Turati, lo è. Ho atteso qualche ora per scriverne, perché volevo vedere come i commentatori della grande stampa avrebbero affrontato l’argomento, e devo dire che non mi hanno deluso. La maggior parte di loro, infatti, si è esibita in doppi e tripli salti mortali carpiati pur di dimostrare che Turati aveva ragione, e che l’errore di quella scissione “settaria” pesa ancora oggi sul futuro riformista della sinistra italiana. 

Visto lo stato in cui è, credo che nessuno possa al momento dire qualcosa di sensato sul futuro della sinistra italiana, europea o mondiale. Ma chiunque abbia un minimo di amore per la storia e di onestà intellettuale dovrebbe almeno convenire che cento anni fa a Livorno accadde l’inevitabile, e che il napoletano Bordiga e i giovani intellettuali raccolti a Torino attorno a Antonio Gramsci avevano molte buone ragioni di agire come agirono. Il mondo stava cambiando troppo in fretta per il vecchio socialismo italiano, uscito con le ossa rotte da una devastante guerra mondiale, accettata quasi  senza fiatare. Le speranze suscitate dalla rivoluzione russa erano in quel momento ben più importanti dei molti errori che venivano commessi in suo nome, e mobilitavano in tutti i paesi le intelligenze migliori e le energie di uomini e donne stanchi di subire. 

Erano tempi durissimi, che richiedevano fermezza. L’occupazione delle fabbriche e le lotte contadine del biennio rosso erano finite con una sconfitta, ma avevano rappresentato anche un importante momento di consapevolezza di classe. Il regno d’Italia, sfruttando il braccio armato delle organizzazioni fasciste, voleva prendersi la rivincita. Ben pochi pensavano allora che sarebbe stato possibile uscire  dalla crisi con un ritorno agli stanchi riti parlamentari d’anteguerra, e la marcia su Roma di Mussolini lo avrebbe drammaticamente dimostrato, due anni dopo, spazzando via tutte le illusioni del  vecchio riformismo. 

Nessuno dei livorosi commenti che ho letto in queste ore sembra tenere conto del contesto. Le vicende di quegli anni terribili e bellissimi  vengono sistematicamente strumentalizzate, le analisi si piegano alle meschine esigenze dell’attuale politica, che sembra geneticamente incapace di slanci, e rifiuta di riconoscere l’importanza degli ideali come motori della storia. 

A Livorno un piccolo gruppo di grandi uomini  pensò che fosse giunto il momento di cambiare il mondo, e di averne la possibilità. Sbagliarono? Forse. Ma ancora li ricordiamo per la loro intelligenza, per i loro sforzi, per il loro sacrificio. Delle pulci che oggi li criticano non resterà alcuna traccia.

Battista Gardoncini

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