Vince l’Amburgo di Magath

Nella stagione 1982-1983 finisce la tirannia britannica in Coppa Campioni, interrotta dai tedeschi dell’Amburgo, che nella finale di Atene battono la Juventus di Platini e Boniek, realizzando una delle più grandi sorprese nella storia di questa coppa.  Dopo due secondi posti consecutivi alle spalle del Bayern, l’Amburgo ha di nuovo vinto la Bundesliga. Due turni relativamente facili con Dinamo Berlino e Olympiakos spianano la strada verso i quarti, dove i tedeschi incontrano la Dinamo Kiev di Blochin. Una impressionante prova di forza in Unione Sovietica coronata dalla tripletta dell’ala sinistra Lars Bastrup mette al sicuro i tedeschi. La sconfitta interna 1-2 non pregiudica il passaggio in semifinale, dove gli uomini di Happel se la vedono con la Real Sociedad. I quarti di finale  risultano fatali alle squadre inglesi, sia Aston Villa che Liverpool vengono eliminati.

L’andata delle semifinali, nei Paesi Baschi, finisce 1-1 e il ritorno al Volparkstadion è vibrante. L’Amburgo, sulla carta favorito, bombarda inutilmente la porta dell’estremo difensore basco Arconada. Gli spagnoli, privi di quattro titolari, si prodigano al massimo, corrono molto e nell’ultimo quarto d’ora sfiorano la beffa. L’Amburgo va in vantaggio con il gigante Jakobs di testa, ma pareggia subito Diego. Con i supplementari dietro l’angolo Von Heesen a tre minuti dalla fine sferra il colpo decisivo. Ernst Happel è il primo allenatore a giungere in finale di Coppa dei Campioni con tre squadre diverse: Feyenoord ’70, Bruges ’78 e appunto Amburgo ’83.

Ad Atene i tedeschi trovano una Juventus sospinta dal tifo di 40mila italiani e dai favori del pronostico. Invece, dopo un colpo di testa iniziale di Bettega deviato da Stein in corner, l’Amburgo passa con un gran tiro di Magath dal limite che beffa Zoff. La Juve ha tempo davanti a sé ma non riesce a recuperare, soprattutto perché il mastino Rolff cancella dal campo Platini, mentre Paolo Rossi, capocannoniere del torneo, è in una serata di luna storta.

La “tragedia greca” che vede come vittima la Juventus ha un unico protagonista; Felix Magath, regista dell’Amburgo. Il suo pallonetto oltre a mortificare Zoff infrange i sogni della moltitudine di juventini presenti ad Atene. Cresciuto nel Sarrebruck, è passato all’Amburgo dove ottiene i maggiori successi della carriera: 3 campionati tedeschi, 1 Coppa dei Campioni e 1 Coppa delle Coppe. Magath era il classico regista dotato di grande tecnica, abile nel palleggio e con grande visione di gioco, ma un po’ lento e dal fisico pesante. Ha giocato 43 partite con la Nazionale, partecipando al vittorioso campionato Europeo del 1980 e ai secondi posti dei Mondiali 1982 e 1986.

Vinto il ventesimo scudetto, la Juve si presenta ai nastri della nuova stagione con due stelle in più, Platini e Boniek. Se si aggiungono sei freschi campioni del mondo: Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli e Rossi, si comprende il ruolo di favorita della squadra. Il primo turno contro lo Hvidovre è archiviato già dopo l’andata in Danimarca che vede la Juve vincente 4-1. Poco prima del ritorno esplode il caso Bettega, che rifiuta la panchina e getta le basi dell’emigrazione a Toronto al termine della stagione. Platini è ancora nella fase di rodaggio e la Juve pareggia sorprendentemente in casa il match di ritorno.

Il sorteggio del secondo turno recapita,lo Standard Liegi, In Belgio una grande Juve giganteggia e va subito in vantaggio al 7′; corner di Marocchino e testa di Tardelli: 1-0. Lo Standard pareggia con un rigore discutibile concesso da Vautrot e trasformato da Tahamata. Due giorni prima del ritorno piomba una tegola sul capo della Juventus: Cabrini è out per menisco. Alla sua assenza si aggiunge quella di Brio. Con una coppia di terzini tutta nuova, Bonini e Prandelli. Trascinati da un Boniek inarrestabile, i bianconeri vanno sul 2-0 già alla mezz’ora. Nei quarti c’è la supersfida con i campioni in carica dell’Aston Villa.

Pronti via e Juve già in vantaggio: Bettega imbecca Cabrini sulla sinistra, cross dal fondo e Rossi anticipa tutti di testa facendo 1-0. Finalmente anche Platini gioca ad altissimi livelli e guida la Juve a maramaldeggiare sul campo dei campioni d’Europa. In difesa Brio è perfetto, davanti Rossi è una minaccia costante e Bettega un suggeritore di primo livello. A inizio ripresa pareggia Cowans, ma la Juve mantiene la guida delle operazioni; una grande sgroppata di Boniek su lancio di Platini sancisce il 2-1 finale. A Caselle migliaia di tifosi impazziti per la grande impresa tributano il trionfo ai propri beniamini.

Nel ritorno il primo tempo della Juve è da antologia. All’intervallo il 2-0 va perfino stretto ai. Il finale è 3-1. L’urna di Zurigo li oppone in semifinale ai polacchi del Widzew Lodz, l’ex squadra di Boniek, che ha eliminato il Liverpool. Anche i polacchi, come il Villa, vengono travolti. Boniek è l’ispiratore del rassicurante 2-0. Il ritorno si disputa in un clima incandescente. Rossi alla mezz’ora regala virtualmente la finale alla Juve, ma i polacchi pareggiano in apertura di ripresa, portandosi anche in vantaggio dopo la sospensione per oltre un quarto d’ora per medicare il guardalinee olandese De Vries, colpito al capo da una bottiglia di vetro. I bianconeri giocano con grande coraggio e Platini, ancora il migliore, nel finale trasforma un netto rigore per fallo del portiere Mlynarczyk superato da Boniek. È finale: ad Atene la Juve arriva come grande favorita, ma non riesce a giocare come sa. Dieci anni dopo Belgrado, i Balcani sono ancora terra di delusione per la Signora.

Marco Patruno

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