Liverpool mattatore

La seconda metà degli anni ’70 porta il dominio inglese sulla Coppa dei Campioni. Mattatore di questo periodo è il Liverpool. Nella stagione 1976-1977 in panchina non c’è più Bill Shankly, creatore della leggenda dei “Reds”, ma il suo fido assistente Bob Paisley. Il primo turno contro i nordirlandesi del Crusaders è poco più di una formalità e non riserva sorprese neppure quello successivo con i turchi del Trabzonspor. Nei quarti di finale, invece, gli inglesi si trovano di fronte il Saint-Etienne. In Francia vincono i transalpini per 1-0 e nel ritorno va in scena una delle partite più memorabili nella storia del Liverpool. Al 2′ Keegan pareggia il gol francese dell’andata ma al 51′ Bathenay getta nello sconforto Anfield. I Reds non si danno per vinti e, spinti dal continuo incitamento della “Kop”, si riportano in vantaggio con Ray Kennedy. A otto minuti dal termine la riserva David Fairclough, subentrato a Toshack, partendo da metà campo supera due difensori francesi e deposita la palla in rete, mandando in estasi Anfield.

La semifinale contro la rivelazione Zurigo è poco più di una passeggiata e i Reds raggiungono così la loro prima finale di Coppa Campioni, a Roma contro il Borussia Mönchengladbach. I tedeschi sono nel momento di maggior splendore della loro storia. Trentamila inglesi giungono nella città eterna. La partita è un capolavoro tattico di Paisley, che non permette al Borussia di scatenare il suo mortifero contropiede. Toshack ha recuperato da un recente infortunio, ma Paisley decide di puntare sul vecchio leone Ian Callaghan.

La prima frazione di gioco è di marca inglese, il Borussia sfodera un unico pericoloso contrattacco con Bonhof che colpisce il palo con un rasoterra. Poco oltre la metà del primo tempo McDermott porta in vantaggio il Liverpool su imbeccata di Heighway. Il Borussia reagisce, trascinato da nazionali come Vogts, Bonhof, Stielike, Wimmer, Heynckes e Simonsen e pareggia in apertura di ripresa proprio con il danese Simonsen, autore di un gran tiro dal limite nel sette. Bonhof prende per mano la squadra che schiaccia il Liverpool per un quarto d’ora, ma senza successo, per le strepitose parate di Clemence. Allentata la pressione tedesca, il Liverpool beneficia di un corner dal quale scaturisce il gol di testa dello stopper Tommy Smith. Il gol piega le gambe dei tedeschi e rinvigorisce il Liverpool, il re Keegan fa ammattire Vogts con le sue serpentine e un rigore di Neal nel finale sancisce la vittoria dei Reds e l’inizio dell’era britannica.

Bob Paisley sapeva già prima dell’inizio di questa stagione che Kevin Keegan avrebbe lasciato il Liverpool per trasferirsi all’estero. Ma “King Keegan” non aveva alcuna intenzione di lasciare i Reds senza avergli prima regalato la Coppa dei Campioni, l’unico trofeo che ancora gli era sfuggito nei suoi sei anni a Anfield. Ala destra di grande fantasia e caparbietà, Keegan era stato strappato al Newcastle, con il quale si era praticamente accordato, da una super offerta di Bill Shankly nel 1971.
Da allora in sei stagioni con il Liverpool ha vinto 3 campionati inglesi, 1 FA Cup, 1 Coppa dei Campioni e 2 Uefa.

Vincendo lo scudetto ventisette anni dopo l’ultima vittoria del Grande Torino di Valentino Mazzola, i granata si sono guadagnati il diritto di presentarsi per la prima volta al via della Coppa dei Campioni. L’entusiasmo per uno scudetto conquistato dopo un’incredibile rimonta ai danni della Juventus non è ancora scemato quando i granata di Gigi Radice scendono in campo al Comunale per il debutto contro il Malmö, avversario sulla carta comodo. Al gol di Mozzini replica a soli due minuti dalla fine lo svedese Jonsson, gelando lo stadio, ma un’impennata d’orgoglio del Toro consente a Graziani di segnare allo scadere il gol del vantaggio. In Scandinavia una rete in apertura di Claudio Sala regala ai granata il lasciapassare per il secondo turno, inutile il pareggio svedese. Il secondo avversario è il più scomodo che il Torino potesse trovare: il Borussia Mönchengladbach, già fatale alla Juve l’anno prima.

Il Toro affronta l’andata senza Pecci, frattura del perone, e dopo poco più di venti minuti deve fare a meno anche di Claudio Sala, sostituito da Pulici lasciato a sorpresa fuori dall’undici titolare.
Con il centrocampo ridotto al lumicino (Radice in settimana ha rifiutato l’acquisto di Viola, fantasista della Lazio), il Torino soccombe ai tedeschi che, forti di un’esperienza internazionale consolidata, non si impressionano davanti al forcing confuso degli italiani e espugnano il Comunale (2-1). Il Toro si presenta a Dusseldorf a pezzi, senza Claudio Sala e Pecci, con Zaccarelli mezzo rotto e Castellini gravemente menomato dal mal di denti. La qualificazione sarebbe stata difficile al completo, in queste condizioni e con un arbitro, il belga Delcourt, che fischia a senso unico per tutto il match diventa impossibile. L’errore dei granata è di cadere ingenuamente nella trappola delle provocazioni del direttore di gara. Caporale, Zaccarelli e Castellini vengono espulsi, Pulici, Butti e Garritano ammoniti, mentre tra i tedeschi nessuno subisce sanzioni. Graziani gioca in porta gli ultimi venti minuti, i tedeschi non passano neppure contro un Toro ridotto in otto, che gioca con grande cuore. Finisce 0-0, il Torino è fuori, la vergogna di Delcourt è sotto gli occhi di tutti.

Marco Patruno

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