La palla sgonfiata

Tifo Toro, e questo dimostra che non ho grande dimestichezza con il calcio di oggi. Ma qualcosa di economia capisco, e quindi vorrei dire la mia su questa faccenda della Super League, cui riconosco un unico merito: ha cancellato per qualche ora dalle prime pagine dei giornali il Covid, o meglio la sarabanda di pseudo notizie contraddittorie che ogni giorno ci vengono propinate sull’argomento. 

Ammettiamolo. Che un piccolo gruppo di squadre titolate decida di punto in bianco di fare da sé e si inventi un torneo dove si guadagna tanto e non si rischia nulla non è molto elegante. Ma ci può stare. Florentino Peres, presidente del Real Madrid e vero artefice della congiura, non si è mai preoccupato delle forme, e lo stesso si può dire della maggior parte degli altri congiurati, finanzieri internazionali che pensano soltanto ai soldi e non hanno legami con la storia dei club di loro proprietà. Quanto alla vecchia signora del calcio italiano, chiunque abbia  avuto a che fare con Andrea Agnelli e i suoi predecessori può testimoniare che alla Juve l’eleganza non è più di casa da parecchio tempo.

La Super League nasce per i soldi, e sui soldi va giudicata. È inutile scandalizzarsi, lamentarsi per i valori perduti, lanciare grida d’allarme sulle sorti del gioco più bello del mondo. Che tra l’altro, a furia di arbitri corrotti,  partite comperate e vendute e scelte dirigenziali ignobili come quella di far disputare i prossimi mondiali in Qatar, non è più così bello.

Guardate l’elenco delle dodici squadre coinvolte, confrontatelo con quello delle squadre più indebitate d’Europa, e noterete significative coincidenze. Nel primo elenco ci sono Liverpool, Manchester City, Chelsea, Arsenal, Tottenham, Manchester United, Real Madrid, Barcellona, Atletico Madrid, Juventus, Inter e Milan. Nel secondo, insieme a qualche altra squadra di primo piano che per ora resta defilata,  ci sono sempre loro: Liverpool, Manchester City, Chelsea, Arsenal, Tottenham, Manchester United, Real Madrid, Barcellona, Atletico Madrid, Juventus, Inter e Milan. 

Quantificare la vera entità dei loro debiti non è facile, anche perché nei bilanci vengono inseriti elementi assai poco oggettivi come le valutazioni dei giocatori, ma si tratta  comunque di cifre enormi: circa 6 miliardi, come ha ammesso lo stesso Florentino Perez evocando il rischio di una bancarotta generalizzata entro il 2024.  

Detto in altri termini, queste squadre non sono forti per meriti sportivi, ma perché hanno sempre speso al di sopra delle loro possibilità, senza preoccuparsi  delle conseguenze. Hanno potuto farlo confidando sulla loro enorme popolarità e sulle coperture politiche e finanziarie di cui sempre godono i potenti, e adesso, messe di fronte al rischio  di un collasso del sistema, cercano un rischioso rilancio. 

Dal calcio siamo passati a un  poker che ha sul piatto molte variabili, dai diritti televisivi a ulteriori indebitamenti garantiti dalla promessa di mirabolanti incassi futuri, e conseguenze non del tutto chiare sul futuro. Che ne sarà dei campionati nazionali? Che cosa accadrà al calcio minore? Come reagiranno gli appassionati quando verranno meno alcuni degli elementi che hanno caratterizzato la storia di questo sport, il campanilismo, l’attaccamento alla maglia, o anche, semplicemente  i risultati a sorpresa di una squadra piccola e povera? 

Tutto è possibile. Questo è un mondo pieno di porcherie, e in fondo il sacrificio del merito sportivo sull’altare degli incassi è una porcheria minore, che alla fine molti, accecati dal tifo, potrebbero accettare. Ma la palla è sempre stata rotonda. Attenti a non sgonfiarla

Battista Gardoncini

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