La farfalla granata

Una sera d’autunno di cinquantuno anni fa. Nel pomeriggio al Comunale il Torino aveva strapazzato  4-2 la Sampdoria e, dopo la cena sociale in un albergo del centro, capitan Ferrini aveva chiesto e ottenuto di non andare in ritiro. Così Gigi Meroni si precipita nella mansarda di corso Re Umberto 53 per annunciare alla sua amatissima Cristiana la serata di libertà. Non trovando né lei né le chiavi in portineria, attraversa il viale per telefonarle da un bar ancora aperto. Cristiana, felice, dice che sarà lì a momenti. Gigi riattraversa, nella nebbia, senza andare a cercare le strisce pedonali. Con lui c’è l’amico e compagno Fabrizio Poletti, insieme si fermano sulla mezzeria per lasciar passare una macchina che arriva dalla periferia: sta viaggiando un po’ in mezzo, Gigi fa un passo all’indietro. E viene centrato in pieno da un’altra vettura che sta arrivando dal centro, guidata da un ragazzo che nel pomeriggio allo stadio aveva perso la voce per lui e per il Toro di cui un giorno diventerà presidente.

Povera farfalla. Che nemmeno fece a tempo a vedere il ’68, dopo averne anticipato lo spirito, il senso di libertà, anche di ribellione entro certi limiti. Di sicuro non in campo dove la serietà professionale e la correttezza dei comportamenti sposavano al meglio i suoi colpi da funambolo. Il più bello in assoluto a San Siro, sei mesi prima che la farfalla granata volasse via. Portò Facchetti fuori settore, lo puntò aggirandolo e mise un pallonetto all’incrocio che Sarti potè  soltanto guardare: l’Inter del Mago Herrera  non perdeva in casa da tre anni e cominciò quel giorno a scucirsi uno scudetto che pareva vinto.

L’unicità di Meroni, che lo ha tramandato sino ai giorni nostri e chissà per quanto ancora, fu quella di essere uno scapigliato, un cultore della trasgressione innocente e insieme un ragazzo e un calciatore corretto, educato, perbene. Fuori dai canoni del tempo, perché nella sua soffitta da bohémien passava il tempo a dipingere; si disegnava personalmente gli abiti da indossare; andava a spasso con bombetta e gardenia all’occhiello; girava su una fantastica, vecchia Balilla nera che aveva foderato di raso granata ed è visitabile oggi, perfettamente conservata, al museo del Grande Torino.

Cinquantuno anni dopo la morte, Torino, come ogni 15 ottobre, piange ancora Meroni. E lo ricorda. Lo ammira, lo sogna. Lo sport, non solo il calcio o il Toro, avrebbero bisogno di molti più Meroni, di idoli che fanno sognare, di fuoriclasse in grado di rompere gli schemi, in campo e fuori, di artisti, di numeri 7 con i baffi e i capelli un po’ troppo lunghi e innamorati della vita.

Marco Patruno

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