Dietro una punizione

Il 22 giugno 1974, a Gelsenkirchen, va in scena l’ultima partita del girone B dei Mondiali organizzati dalla Germania Ovest. Lo Zaire è già eliminato, avendo perso contro la Scozia (0-2) prima e la Jugoslavia poi. Di fronte ha i campioni uscenti del Brasile cui serviva la vittoria per passare il turno. Tutto facile: Jairzinho nel primo tempo, Rivelino e Valdomiro nel secondo avevano già messo le firme sul 3-0.

Ma quando, a cinque minuti dal termine, Kilasu atterra Valdomiro ai venticinque metri e l’arbitro rumeno Rainea decreta la punizione, nessuno dei 35mila spettatori del Parkstadion immagina ciò a cui sta per assistere. Lo Zaire forma la barriera, Rivelino è l’incaricato della battuta. Rainea fischia, il brasiliano temporeggia e Mwepu Ilunga, il numero 2 della formazione africana che si trova all’estremità destra della barriera, inaspettatamente, esce correndo dal muro africano e spara il pallone a distanza siderale.

Ilunga Mwepu diventa un’icona, un amatore catapultato in un mondo di cui si suppone non conosca neppure le regole più elementari.   Nel 2002 la Bbc lo  scova a Kinshasa, e le parole dell’ex calciatore spiegano i motivi profondi, e drammatici, di quella che al mondo è parsa una comica: “Pensavamo che saremmo diventati ricchi, appena tornati in Africa, ma dopo la prima sconfitta venimmo a sapere che non saremmo mai stati pagati e quando perdemmo 9-0 con la Jugoslavia gli uomini di Mobutu ci vennero a minacciare. Se avessimo perso con più di tre gol di scarto dal Brasile, ci dissero, nessuno di noi sarebbe tornato a casa”.

“Fui preso dal panico e calciai il pallone lontano. I brasiliani ridevano, pensavano fosse divertente”. Il gesto, in effetti, ruppe gli schemi, la punizione non produsse alcunché, la partita finì 3-0, i giocatori dello Zaire poterono fare ritorno a casa. Ma Mobutu non perdonò la figuraccia, fece cadere nell’oblio calcio e calciatori.

Le risate non hanno comunque sepolto l’amarezza. Tornati in Africa, i giocatori si trovarono ad essere quasi dei diseredati. Le promesse della vigilia, gli incarichi tecnici e dirigenziali in seno alla federazione, i pagamenti: nulla di tutto questo. “Mobutu, stando a quanto ci venne detto, ci riteneva responsabili di avere riportato indietro di vent’anni l’immagine del calcio africano. Oggi vivo come un vagabondo. Potessi tornare indietro, mi metterei a lavorare per fare il contadino” Ilunga Mwepu morì l’8 maggio 2015 a Kinshasa, dopo una lunga malattia.

Marco Patruno

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