Un mondo imperfetto

In un mondo perfetto Donald Trump non sarebbe diventato il presidente degli Stati Uniti, e non avrebbe alcuna possibilità di essere rieletto. Ma il mondo è imperfetto, e non è affatto detto che a novembre gli americani non decidano di tenerselo per altri quattro anni. In fondo, nella sua narcisistica brutalità,  assomiglia a molti di loro. Si riconoscono in Trump proprio come tanti italiani si sono per anni riconosciuti nella ostentata volgarità di Berlusconi, e lo hanno votato perché avrebbero voluto essere come lui. È la democrazia, bellezza. E in democrazia il consenso è di gran lunga più importante delle idee, delle competenze e dei titoli di studio. 

Le tecniche per orientare le scelte dell’opinione pubblica furono analizzate per la prima volta settanta anni fa da Vance Packard nel profetico saggio su “I persuasori occulti”, che era dedicato al mercato pubblicitario, ma lanciava l’allarme sulla loro possibile estensione anche ad altri settori della vita sociale.  Oggi sono diventate ancora più sofisticate e pervasive: la buona informazione, che presuppone giornalisti responsabili e capaci di spiegare i fatti, è diventata merce rara, sostituita dalla comunicazione degli uffici stampa e dalla propaganda, mentre la rete è diventata un campo di battaglia  dove gli utenti vengono orientati a colpi di tweet e di fake news.

Torniamo al mondo imperfetto di Trump. Le ultime settimane non sono state facili per il presidente. Le sue oscillanti strategie per il contenimento del coronavirus, comprensive del suggerimento di combatterlo con i raggi ultravioletti e le iniezioni di disinfettante, hanno fatto degli Stati Uniti il paese con più decessi al mondo, oltre 110.000. La decisione di mobilitare  l’esercito e di chiudersi in un bunker della Casa Bianca a causa delle proteste per la morte di George Floyd ha sconcertato molti esponenti repubblicani e perfino qualche generale. Ma lui tira dritto, e confida nella memoria corta degli elettori. A novembre, se l’economia americana si sarà completamente ripresa dalla crisi, potrebbero aver dimenticato tutto.

Per favorire l’opera di rimozione i media amici del presidente sono già alacremente al lavoro. Nei giorni scorsi, ad esempio, hanno dato grande risalto alla notizia che a maggio il tasso di disoccupazione degli Usa era sceso in modo strabiliante. Questo ha consentito a Trump di esibirsi in un grottesco commento su George Floyd “che dal paradiso lodava l’economia americana”, e ha entusiasmato anche i tanti commentatori filo-atlantici di casa nostra. Peccato che non fosse vero niente. Il Bureau of Labour Statistics ha spiegato nella indifferenza generale che in quei dati c’era un palese errore di classificazione, perché le persone occupate ma assenti temporaneamente dal lavoro a causa del lockdown erano state classificate in maniera differente nei sondaggi di marzo e aprile e in quello di maggio. Misteriosamente, ma non troppo, i “disoccupati in sospensione temporanea” erano diventati “disoccupati” senza ulteriori specificazioni. 

I dettagli della vicenda sono starti spiegati in questo interessante articolo di Mauro Bottarelli. Ma non dobbiamo stupirci. Il mondo  è imperfetto. Di qui a novembre ne vedremo delle belle.

Battista Gardoncini

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