Un dilemma a stelle e strisce

Credo di non essere l’unico “sincero democratico” che quattro anni fa restò sveglio per tutta la notte, seguendo con il fiato sospeso l’altalena dei risultati delle elezioni presidenziali americane, e alla fine esultò per la vittoria sul filo di lana di Joe Biden su Donald Trump. Tra pochi mesi, se non interverranno fatti nuovi e al momento imprevedibili, la sfida si riproporrà, ma questa volta me ne andrò a letto presto e con il cuore sereno. Perché la triste realtà è che da “sincero democratico” non saprei davvero che risultato augurarmi. E mi spiego.

Trump è Trump. A parte il disprezzo delle regole e le tante inchieste sui suoi misfatti pubblici e privati, per diffidare di lui basterebbero l’ignoranza che esibisce senza vergogna e la retorica da piazzista, dove gli slogan sopperiscono alla pochezza dei ragionamenti. Quanto alle scelte politiche, sono quelle che possiamo aspettarci da un uomo integralmente di destra, uno spregiudicato imprenditore refrattario a qualsiasi idea di stato sociale e di controllo del mercato, un imbonitore pronto ad ogni giravolta pur di compiacere un elettorato in gran parte composto da poveracci affascinati dalla sua distorta personalità.

Purtroppo, anche Biden è Biden: un grigio professionista della politica, che con l’avanzare dell’età sta mostrando evidenti segni di decadimento fisico e mentale. Ma questo sarebbe il meno. Il fatto è che Biden è un uomo del Novecento, un secolo caratterizzato dallo scontro vittorioso dell’occidente con il comunismo sovietico. Dunque è ancora fermamente convinto della superiorità economica, militare e morale degli Stati Uniti, e del loro diritto a intervenire ovunque nel mondo vengano minacciati gli interessi nazionali e la stabilità globale garantita dal Dio Dollaro. Solo che nel frattempo il mondo è diventato multipolare, e nei paesi emergenti si è fatta strada l’idea che l’impero americano rappresenti un ostacolo alle proprie legittime speranze di crescita e di libertà. Come ci insegna la storia, non del tutto a torto.

Con gli Stati Uniti sono ancora schierati per ovvi motivi gli anglosassoni e, in misura meno convinta, l’Unione Europea. Ma oltre la metà della popolazione mondiale la pensa diversamente, e l’insofferenza cresce ogni volta che gli Stati Uniti scendono in campo in un conflitto, lo combattono per interposta persona come in Ucraina, o appoggiano una delle parti in causa come hanno fatto in Medio Oriente. 

I tempi stanno cambiando e Biden ha dimostrato di non essere all’altezza delle nuove sfide. I nostri giornali, servi sciocchi della sua amministrazione, accreditano la tesi che la decisione dei repubblicani di non approvare gli stanziamenti di bilancio a sostegno dell’Ucraina sia una semplice tattica politica per infastidire un presidente democratico. In realtà quello che i repubblicani criticano è l’assenza di una chiara definizione degli obiettivi americani in un conflitto che i russi stanno vincendo, e su questo tema Biden non ha saputo dare risposte credibili, limitandosi a lasciar trasparire una irritazione che non depone a favore della sua lucidità.

Sul versante opposto, Trump, sempre attento agli umori dell’opinione pubblica, non cessa di ripetere che risolverà la crisi ucraina appena tornerà alla Casa Bianca, senza per altro spiegare come. Ma vale la pena di ricordare che Il suo slogan preferito, “America First!”, fu coniato nel 1916 dai teorici dell’isolazionismo americano, contrari all’intervento degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale, e tornò in auge per gli stessi motivi alla vigilia della seconda. Inoltre è un dato di fatto incontestabile che nei quattro anni della presidenza Trump furono presi gli accordi per il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan – che si risolse in un disastro sotto la gestione di Biden – e gli Stati Uniti non furono coinvolti in alcun grande conflitto.

Qualcuno potrebbe dire che Trump è capace di tutto, e che di lui non ci si può fidare. Ma è anche vero che di Biden ci siamo fidati, e i risultati si sono visti: il mondo non è mai stato tanto instabile, e le cose potrebbero peggiorare se le tensioni tra Stati Uniti e Cina dovessero aumentare.

Dunque, la domanda che ogni “sincero democratico” dovrebbe porsi in vista delle elezioni presidenziali americane è la seguente: posto che Biden e Trump, per motivi diversi, sono pessimi candidati, quale dei due ha minori probabilità di combinare guai irreparabili e di condurre il pianeta sull’orlo di una catastrofe nucleare? Il pragmatico e inaffidabile Trump o il rigido e interventista Biden? Per quanto mi riguarda, non so come rispondere, e non invidio gli americani che il prossimo novembre andranno alle urne. 

Battista Gardoncini

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