Ucraina tra propaganda e verità

Travolti da atlantico zelo, per mesi i giornali italiani hanno raccontato la guerra come se l’Ucraina stesse vincendo, costringendo i loro lettori a rivolgersi alla grande stampa internazionale per capire che razza di vittoria fosse quella di un paese che stava perdendo oltre il 20% del proprio territorio. E infatti giornali non sospetti di simpatie putiniane come il New York Times e Le Monde hanno adottato fin dall’inizio maggiori cautele, e negli ultimi tempi sulle loro pagine si leggono spesso notizie e commenti che mettono in dubbio la narrazione dominante. L’impressione è che in Occidente stia crescendo il fronte di chi pensa che il tempo della propaganda sia finito, e che soltanto una realistica valutazione dei rapporti di forza possa portare a una seria trattativa e alla fine delle ostilità.

Per esempio, il New York Times scrive apertamente che l’esercito ucraino è in grande difficoltà, e che i militari americani non condividono la convinzione del loro governo sulla possibilità di ribaltare le sorti del conflitto con l’invio di nuove e più sofisticate armi. In un editoriale non firmato il giornale, da sempre considerato vicino al partito democratico, si è spinto a criticare il presidente Biden per la mancanza di obiettivi chiari nella gestione della crisi, visto che quelli inizialmente proposti – indebolire Putin e arrivare a un suo rovesciamento – si sono rivelati totalmente irrealistici.

Sempre sul tema delle armi si è letto anche dell’ipocrisia di alcuni paesi occidentali – tra cui l’Italia – che hanno mandato in Ucraina i fondi di magazzino dei loro eserciti, troppo costosi da smaltire secondo le regole. E il Washington Post ha lanciato l’allarme sull’uso che gli ucraini stanno facendo delle armi ricevute: in assenza di controlli molte sarebbero finite a prezzi stracciati sul mercato nero. A dirlo, in una circostanziata intervista su The Guardian, non è il solito propagandista russo, ma il segretario generale dell’Interpol Stock.

Sulla stampa internazionale molte inchieste descrivono il quadro di un paese allo stremo sul piano economico e sociale: le industrie sono ferme, la produzione agricola ridotta, manca la benzina e i bombardamenti sulle reti di trasporto impediscono di vendere quello che viene prodotto. Alle migliaia di  vittime della guerra – sempre sul New York Times è comparso un reportage rivelatore sui becchini di Kiev – vanno aggiunti milioni di profughi che molto probabilmente non potranno tornare nelle loro case. 

L’Ucraina regge solo grazie agli aiuti occidentali, ma il sostegno degli Stati Uniti e dei loro alleati, apparentemente totale e incondizionato, mostra le prime crepe. Praticamente ogni giorno qualche commentatore di primo piano della stampa americana si chiede per quanto tempo ancora si potrà andare avanti. L’Europa si è accorta che le sanzioni colpiscono più i sanzionatori dei sanzionati, e che nel breve periodo i rifornimenti di gas dalla Russia non hanno alternative. La Germania ha già riconosciuto di non poterne fare a meno e va per la sua strada trattando direttamente con Mosca. È fin troppo facile prevedere che l’Italia, dopo le consuete manfrine e senza dirlo ufficialmente, farà la stessa cosa. 

Quanto al sostegno finanziario alla guerra, nonostante le ripetute assicurazioni di due mezze calzette della politica come Ursula Von Der Leyen e Joseph Borrell, esiliati a Strasburgo perché non facessero troppi danni nei rispettivi paesi, i governi europei esitano nel dare via libera ai finanziamenti che Kiev ritiene necessari per evitare il collasso. Secondo Zelensky occorrerebbero almeno dai cinque ai sette miliardi di dollari al mese, ma è molto dubbio che li ottenga, anche perché non è chiaro in che modo potrebbe restituirli. Perfino i nove miliardi già promessi dall’Europa per il momento sono bloccati. Il meccanismo è stato spiegato bene dai giornali tedeschi: i soldi dovrebbero essere erogati sotto forma di prestiti senza interessi rimborsabili in venticinque anni, con fondi reperiti sul mercato attraverso l’emissione di titoli garantiti dagli stati membri. I quali però temono di restare con il cerino acceso in mano: non si fidano della solvibilità di un paese che prima della guerra aveva uno dei tassi di corruzione più alti del mondo e che non ha mai fatto nulla per modificare la  situazione. 

Si potrebbero citare anche altri esempi, ma il concetto è chiaro: la guerra in Ucraina è una guerra moderna, combattuta anche sul piano della propaganda. Entrambe le parti hanno fatto tesoro della lezione che venne a suo tempo dal Vietnam, dove la sconfitta degli americani maturò in primo luogo nella percezione della guerra da parte dell’opinione pubblica internazionale. Con pochissime eccezioni i grandi giornali italiani, da sempre in mano a ristretti gruppi di potere più attenti ai propri interessi che al bene comune, non si sono sottratti ai condizionamenti. Tuttavia le notizie – quelle vere – esistono, e si possono trovare nel grande mare del web. Basta avere voglia di cercarle.

Battista Gardoncini

2 comments
  1. Grazie per il contributo fuori dal coro e stimolante per chi voglia guardare un po’ al di là del lotto orizzonte nostro.

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