Terre spezzate

Scott Anderson è uno scrittore e corrispondente di guerra, collaboratore di alcune delle più importanti testate americane. Paolo Pellegrin è un fotografo italiano che fa parte della prestigiosa agenzia Magnum, e ha documentato con il suo limpido bianco e nero disastri e tragedie in tutto il mondo. Insieme hanno viaggiato per molti mesi nel caos del Medio Oriente: l’invasione dell’Iraq, le turbolenze delle primavere arabe, e l’ascesa e la caduta dell’Isis. Il loro reportage, comparso a puntate sul New York Times, è diventato nel 2016 il libro “Terre spezzate”, che in Italia è stato pubblicato da Contrasto. Vale la pena di leggerlo anche a quattro anni di distanza dalla sua uscita, perché è un documento fondamentale per capire l’accaduto e quello che ancora potrebbe accadere.

“Terre spezzate” è costruito sui racconti alternati di sei testimoni: l’intellettuale egiziana Laila Souief, la cui famiglia ha pagato un duro prezzo per la scelta di militare nella sinistra laica del paese;  il curdo Azar Mirkan, che ha abbandonato la medicina ed è diventato un combattente di prima linea per difendere il suo popolo; la femminista irakena Khulood al-Zaidi, ora in esilio in Germania; il libico Majdi el-Mangoush, che si è battuto contro Gheddafi e ora assiste impotente alla dissoluzione dello stato; il siriano Majd Ibrahim, che ha trovato rifugio a Dresda, ma non ha perso la speranza di tornare in patria; il lavoratore a giornata Wakaz Hassan, che ha combattuto per l’Isis e attende di essere giustiziato in un carcere irakeno. 

Scott Anderson e Paolo Pellegrin non spiegano e non giudicano. Si limitano a raccontare, il più fedelmente possibile. Ma dall’intrecciarsi  delle storie individuali del loro libro il caos del mondo arabo emerge con una potente chiarezza, che non è facile trovare nel quotidiano rincorrersi delle notizie in  arrivo da quella parte del mondo. Le motivazioni e le speranze dei testimoni, gli errori individuali commessi – e quelli collettivi che riguardano anche un Occidente prepotente e cieco – ce li avvicinano, ce li rendono famigliari. Potrebbero essere anche nostri, se mai la guerra arrivasse a colpirci. E servono a ricordarci, come scrive Anderson nell’epilogo, quanto sia incredibilmente fragile il tessuto della società civile, quanta vigilanza occorra per proteggerlo, quanto lavoro duro, lento e faticoso sia necessario per rammendarlo quando si lacera. 

Da leggere, e da guardare, con giusta e salutare angoscia.

Battista Gardoncini

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