Tempi bui per Zelensky

Da qualche settimana, sui grandi giornali italiani che fin dall’inizio hanno seguito la guerra russo-ucraina totalmente schierati sulle posizioni di Kiev, fanno capolino qua e là articoli di diverso tenore. Qualcuno ha scoperto che la cosiddetta democrazia ucraina tanto democratica non è, visto che i partiti dell’opposizione sono stati cacciati dal parlamento e Zelensky non ha la minima intenzione di indire le elezioni in calendario nel 2024, “perché secondo lui non è il momento”. 

Altri si sono accorti all’improvviso che in Ucraina si impedisce alla popolazione russofona di parlare la lingua madre, si distruggono le chiese non allineate alle posizioni governative, si abbattono monumenti e si mettono all’indice i grandi classici della letteratura colpevoli di essere stati scritti in russo, mentre il criminale di guerra Stepan Bandera, teorico della superiorità della “razza ucraina”, è diventato un eroe nazionale in un gran tripudio di bandiere con la svastica. 

Altri ancora si sono permessi di accennare alla corruzione che permea la società ucraina, e che in questi due anni ha raggiunto nuovi vertici, dalle armi vendute al mercato nero ai responsabili del reclutamento che incassano mazzette per non mandare gli uomini al fronte.

Non è casuale che tutto questo arrivi sui nostri giornali insieme alle notizie sul fallimento della controffensiva ucraina, e sia legato alla crescente insofferenza dell’Occidente per un conflitto troppo lungo, che l’Ucraina non potrà mai vincere.

Sulla scena politica internazionale Giorgia Meloni conta come il due picche, ma la “stanchezza” di cui ha ingenuamente parlato con un comico che si fingeva un leader africano è condivisa da altri e più autorevoli personaggi: perfino il segretario generale della Nato Stoltenberg ha detto pubblicamente che le guerre sono imprevedibili e che bisogna  prepararsi a cattive notizie, mentre la presidente della commissione europea Ursula Von der Leyen, che ai primi di novembre straparlava di una imminente adesione del’Ucraina all’Unione Europea,  ha scelto – o le hanno imposto –  la strada del silenzio. Del rappresentante degli affari esteri europei Josep Borrell si sono perse le tracce. Il presidente francese Macron tace. Il cancelliere tedesco Scholz è in caduta libera nei sondaggi e ha altro a cui pensare. La Polonia, attivissima nel sostegno militare a Kiev, non ha nessuna intenzione di sacrificare i suoi interessi economici a vantaggio del paese confinante, come testimoniano le centinaia di tir ucraini bloccati alla frontiera per impedire che facciano concorrenza ai camionisti polacchi.

Ma le notizie peggiori per Zelensky arrivano da oltre oceano, dove i repubblicani hanno tagliato i cordoni della borsa a un Biden sempre più tentennante e distratto dalla guerra in Palestina. Il flusso di armi americane che finora ha puntellato l’Ucraina si è ridotto al minimo indispensabile per tenere in vita il paese, ma non durerà per sempre, e a Washington si sta rafforzando il partito di coloro che vogliono chiudere il conflitto, costi quello che costi. 

Alcuni importanti giornali occidentali hanno ripreso con evidenza le interviste di politici ucraini in disgrazia, ma bene informati, dove sono stati ricostruiti i retroscena delle trattative tra Russia e Ucraina avviate nel marzo del 2022 a Istanbul, pochi giorni dopo lo scoppio del conflitto. I dettagli differiscono, ma il succo è lo stesso: quelle trattative fallirono all’ultimo momento a causa dell’intervento dell’allora premier inglese Boris Johnson, che convinse Zelensky a combattere assicurandogli che le armi occidentali avrebbero fatto la differenza. 

In quella vicenda il burattino Johnson era manovrato da Biden e dai falchi della Casa Bianca. Richiamarlo in causa oggi sembra un goffo tentativo di non coinvolgere direttamente in quel pasticcio il presidente degli Stati Uniti e aprire la strada a una nuova possibilità di accordo. Di questo è convinto il decano dei giornalisti investigativi americani e premio Pulitzer Seymour Hersh, che ha scritto sul suo blog un interessante articolo sulle trattative segrete che sarebbero in corso tra il comandante in capo dell’esercito ucraino Valerii Zaluzhny e il suo corrispettivo russo Valery Gerasimov. I termini delle trattative restano nel vago, ma il solo fatto che se ne parli è significativo: è noto che tra Zaluzhny e Zelensky non corre buon sangue, e che il generale potrebbe candidarsi alle elezioni presidenziali in Ucraina, quando e se verranno indette. 

Per Zelensky, che l’occidente ha trasformato in un simbolo al di là dei suoi meriti, si preparano tempi bui.

Battista Gardoncini

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