Se Draghi va alla guerra

“L’Italia non si volterà dall’altra parte”. L’ottimo Draghi lo ha detto a modo suo, ma la sostanza non cambia. All’Ucraina aggredita da Putin invieremo, insieme agli aiuti umanitari previsti dal decreto sullo stato di emergenza appena approvato, anche le armi per difendersi dall’aggressione. E schiereremo le nostre forze armate sui confini del paese come ci ha chiesto la Nato. Insomma, in linea con l’ambiguo comportamento inaugurato nella ex Jugoslavia e proseguito nella prima guerra del Golfo e in Afghanistan, ci prepariamo a fare una guerra senza dichiararla, e sperando che non se ne accorga nessuno. 

Intendiamoci. Il comportamento di Putin è ingiustificabile. Bisogna fare tutto il possibile per fermarlo, ma un conto sono le sanzioni economiche e l’isolamento politico, e un altro conto sono i gesti avventati, inutili per cambiare l’esito del conflitto e sicuramente deleteri nella prospettiva di un possibile negoziato. Può non piacerci, ma Putin non sembra destinato a cadere, almeno nell’immediato, e l’esito della crisi dipenderà anche da quello che deciderà di fare.

Apparentemente ignara di questa realtà, l’intera Europa sembra in queste ore in preda a una frenesia bellica che sfiora l’insensatezza. Giornali e televisioni occidentali sembrano fare a gara con quelli russi nelle esagerazioni propagandistiche. I resoconti dal fronte sono lacunosi, il numero delle vittime militari e civili varia a seconda delle convenienze, e perfino sulla drammatica questione dei profughi preferiamo dimenticarci delle oltre 130 mila persone, su un totale di circa 600 mila,  che hanno cercato rifugio in Russia. A scanso di equivoci, la fonte non è un giornale al soldo di Putin, ma l’Onu. E che dire delle bufale spacciate per verità assolute? Nei giorni scorsi tutti siamo rimasti colpiti dai tredici marinai ucraini dell’Isola del Serpente, che avrebbero rifiutato la resa mandando a quel paese una nave russa e sarebbero stati uccisi nei loro bunker. Eroi, secondo il presidente Zelinsky. Peccato – e buon per loro – che non fosse vero niente, come ha dimostrato il video della resa del presidio diffuso dai russi. 

Perfino il sindaco di Milano Sala, persona abitualmente posata, si è messo l’elmetto chiedendo al direttore d’orchestra russo Gergiev, che aveva appena diretto alla Scala la prima della “Dama di picche”, una inequivocabile dichiarazione contro la guerra. In pratica una abiura. Lui, amico di Putin, non gli ha risposto e se ne è andato prima della replica prevista per il 5 marzo.  Ha parlato invece la soprano  Anna Netrebko, anche lei attesa a giorni alla Scala. Non ci sarà, ed ecco  la sua spiegazione ai troppi Sala in giro per il mondo. “Prima di tutto: sono contraria a questa guerra. Sono russa e amo il mio Paese ma ho molti amici in Ucraina e la pena e il dolore ora mi spezzano il cuore. Voglio che questa guerra finisca e che la gente possa vivere in pace. Questo è ciò che spero e per cui prego. Ma obbligare artisti, o qualsiasi figura pubblica, a dar voce alle loro opinioni politiche in pubblico e a denunciare la loro patria non è giusto. Questa dovrebbe essere una libera scelta. Come molti dei miei colleghi, io non sono un politico, non sono un’esperta di politica. Sono un’artista e il mio scopo è unire le persone divise dalla politica“.

Battista Gardoncini

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