Propaganda di guerra

Lo scoppio di un ordigno ferisce dieci soldati germanici. Reazione di giustizia: due feroci comunisti e sette fuorilegge delle Valli di Lanzo fucilati. Il comando tedesco ha ordinato la fucilazione di nove terroristi catturati in possesso di armi, fra cui i due capibanda comunisti Giovanni Gardoncini e Giuseppe Casana, tristemente conosciuti sotto l’appellativo il primo di Battista, e l’altro di Pino, che per molti mesi hanno esercitato ogni sorta di violenze, rapine e assassini contro la popolazione dei dintorni di Torino.

Così scriveva La Stampa il 13 ottobre del 1944 dando notizia di una fucilazione che oggi a Torino ricordiamo con una lapide in via Cibrario angolo piazza Statuto, mentre due dei fucilati, mio nonno e Osvaldo Alasonatti, furono insigniti della medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Nei tempi bui che stiamo vivendo, tra guerre, minacce di ricorso alle armi nucleari, stragi di civili, e aumenti indiscriminati delle spese militari a danno di tutte le altre voci dei bilanci statali, mi capita spesso di ripensare a quelle poche righe scritte da un ignoto giornalista che forse credeva nelle menzogne della propaganda fascista, o forse no, ma fece quello che gli era stato chiesto senza protestare.

L’informazione è da sempre una delle prime vittime delle guerre, uccisa dalla censura, dalla propaganda e, negli ultimi tempi, dalle raffinate tecniche di manipolazione del consenso rese possibili dalle nuove tecnologie. Vale per i paesi direttamente coinvolti nei conflitti, come la Russia e l’Ucraina, e anche per quelli, come il nostro, che formalmente non lo sono, ma fanno parte di una alleanza che appoggia l’Ucraina con armi, munizioni, dati di intelligence e cospicui finanziamenti. 

Poco dopo l’invasione, l’Europa, culla di una civiltà fondata sulla libertà di pensiero e di espressione, ha impedito al grande pubblico l’accesso alle televisioni e ai siti russi, oscurati con l’accusa di essere strumenti della propaganda putiniana. Il fatto che la Russia abbia preso misure analoghe non rende la cosa meno grave. Così l’informazione mainstream occidentale ha avuto buon gioco nel raccontare il conflitto come la scelta folle di un dittatore assetato di sangue, dimenticando — e facendo dimenticare al pubblico —  l’avventato allargamento della Nato ad Est e gli avvenimenti che hanno preceduto l’invasione, dagli scontri di Euromaidan nel 2014 alla sanguinosa guerra civile nel Donbass russofono. Che sicuramente non giustificano l’invasione, ma almeno la spiegano.

Questo però sarebbe il meno. È nei quotidiani resoconti sull’andamento della guerra che molti giornali e televisioni occidentali stanno dando il peggio di sé. Ci sono naturalmente le eccezioni. Grandi testate come il New York Times e il Washington Post, apertamente schierate con la politica di sostegno all’Ucraina del presidente Biden, sono molto attente al rispetto delle regole del buon giornalismo, controllano con scrupolo le fonti, conducono indagini indipendenti, mandano sul posto inviati che non si accontentano delle verità ufficiali.

Qui in Italia, invece, lo zelo filoatlantico delle testate più importanti porta a una sistematica sottovalutazione di tutte le notizie scomode, bollate come fake news anche quando con tutta evidenza non lo sono. Lo scarso livello professionale di alcuni giornalisti e una preoccupante mancanza di spirito critico fanno il resto. 

Soltanto da noi i comunicati stampa provenienti da Kiev sono considerati degni di fede e vengono pubblicati senza controlli, con risultati a volte grotteschi. Tutti ricordiamo i grandi titoli in prima pagina sui soldati russi costretti a combattere con le vanghe per la mancanza di munizioni, sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia bombardata dagli stessi russi che l’avevano occupata all’inizio del conflitto, sulle incurabili malattie di Putin, sulle “imprendibili” roccaforti ucraine e sui nuovi carri armati americani in grado di ribaltare le sorti della guerra. 

Intendiamoci, in Russia il governo controlla tutti i mezzi di informazione, e ne combina anche di peggio. Anche per questo lo consideriamo un regime. Ma l’Italia, almeno per il momento, non lo è. Secondo tutti i sondaggi, nel nostro paese coloro che vorrebbero una soluzione diplomatica del conflitto sono in maggioranza. Dunque sui nostri giornali e nelle nostre televisioni dovrebbero trovare lo stesso spazio dei plotoni di pseudo-esperti con l’elmetto che fanno ancora finta di credere in una vittoria ucraina. 

Invece non è così. Perfino l’impegno di papa Francesco a favore della pace viene oscurato, mentre Zelensky chiede all’Italia di mettere a tacere chi si permette di criticare il suo operato, come lui ha fatto in Ucraina con metodi assai spicci: undici partiti dell’opposizione fuori legge e elezioni rinviate a data da destinarsi. C’è da sperare che i nostri governanti non lo prendano sul serio, ma non va dimenticato che qualche tempo fa alcuni noti commentatori si erano portati avanti con il lavoro stilando sul più importante quotidiano italiano una lista di pacifisti, considerati nel migliore dei casi utili idioti, e nel peggiore dei traditori della patria.

Il conflitto ucraino non è un caso isolato. Venti di guerra spirano ovunque nel mondo, dalla Palestina a Taiwan. Lontane dai riflettori, le turbolenze africane spingono milioni di disperati a fuggire dalla violenza e dalla fame, e sono altrettanto dirompenti. Si combatte per motivi etnici, religiosi, politici, e per il controllo di risorse che stanno diventando sempre più scarse. L’impero americano, incalzato dalla Cina, è in declino, come dimostra anche l’infimo livello dei due candidati che a novembre si contenderanno la presidenza. Sulla scena internazionale si affacciano nuovi protagonisti, come l’India e il Brasile. I vecchi equilibri non reggono più, quelli nuovi devono ancora affermarsi. In una situazione di questo tipo la propaganda è pericolosa. Servirebbero i ragionamenti, ma in giro se ne vedono pochi.

Battista Gardoncini

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