Primarie no grazie

Il 16 ottobre 2005 oltre quattro milioni di persone parteciparono alle elezioni primarie organizzate dal centro sinistra per designare il candidato premier. Come era nelle previsioni stravinse Romano Prodi, che l’anno successivo sconfisse Silvio Berlusconi e diventò presidente del consiglio. Sulle ali dell’entusiasmo il neonato PD tornò alle primarie per eleggere il suo primo segretario, Walter Veltroni, e le inserì nello statuto. Era il 2007 e anche in quella occasione votarono in tanti, ma la cosa non portò fortuna a Veltroni, che l’anno successivo, caduto Prodi, rincorse l’illusione dell’autosufficienza del partito, si candidò alle politiche e fu rovinosamente sconfitto da Berlusconi. E noi con lui.

Da allora le primarie, benché non previste dalla legge e formalmente prive di valore, sono diventate prassi comune nel centro-sinistra, e sono state utilizzate in molte occasioni a livello nazionale e locale. Ma la partecipazione è in calo, e non sono mancati dubbi e polemiche. In qualche caso si è deciso che non servivano, in altri non si è tenuto conto dei risultati. Alcuni hanno continuato a difenderle in nome della democrazia, altri hanno fatto notare che è diventato fin troppo facile per chi controlla gli apparati di partito influenzarne gli esiti, soprattutto quando riguardano consultazioni locali con un numero basso di aventi diritto al voto.

Delle primarie si torna a discutere alla vigilia di ogni tornata elettorale, e qui a Torino, dove l’anno prossimo si rinnoverà il consiglio comunale, rischiano di diventare un ennesimo momento di divisione tra gli elettori del centro sinistra. Personalmente non mi hanno mai convinto. Penso che abbiano avuto in passato un indubbio valore propagandistico, ma che abbiano fatto il loro tempo da quando i gruppi dirigenti di partito, profondamente divisi e incapaci di elaborare una strategia comune, hanno imparato ad usarle per regolare i loro contrasti in una cornice di finta democrazia. E ricordo ancora con fastidio le lacerazioni che hanno accompagnato alcune delle consultazioni, come sempre accade quando il confronto, in assenza di una linea politica chiara, non è tra le idee, ma tra la ambizioni personali. 

Temo fortemente che anche questa volta andrà così, almeno a giudicare da quanto sta accadendo sui social dopo la scontata decisione del sindaco Appendino di non ricandidarsi. Non c’è esponente piccolo o grande del centro-sinistra non abbia sentito la necessità di intervenire nel dibattito, ribadendo quanto deleteria sia stata la permanenza del sindaco Cinque Stelle alla guida della città, invocando le primarie e la necessità di un “deciso cambiamento di rotta da realizzarsi con l’ ampio coinvolgimento di tutte le forze sociali in un progetto di ampio respiro”, eccetera eccetera. Una fiera delle banalità utile forse per la propaganda e per una autocandidatura a Palazzo Civico, ma non per fare politica.

Per come la vedo io, infatti, dando per scontato che il centro-destra torinese si presenterà unito al voto e avrà i numeri per andare al ballottaggio,  il problema di fondo del centro-sinistra a Torino è quello delle alleanze. A Roma lo sanno, e soltanto un ingenuo può pensare che l’ improvviso annuncio di Appendino non sia parte di una più generale trattativa tra il centro sinistra e i Cinque Stelle sulle grandi città al voto nel 2021: oltre a Torino, Roma, Milano, Bologna e Napoli. Per chi se lo fosse dimenticato, le due forze politiche stanno condividendo con buoni risultati le responsabilità di governo, e si spera che nel 2022 siano in grado di eleggere insieme anche il nuovo presidente della repubblica. In questo quadro, continuare a demonizzare i Cinque Stelle “cattivi e incapaci” avrebbe poco senso anche se lo fossero davvero. E non è così. 

Dunque la priorità, a Torino come nelle altre città,  non dovrebbero essere i nomi degli aspiranti sindaco, ma le possibili forme di alleanza. Al primo turno con un candidato gradito a tutti, al ballottaggio con accordi programmatici, al ballottaggio con desistenza? Questioni politiche complesse, che non possono essere risolte con uno strumento semplificatorio e manipolabile come le primarie. Meglio, molto meglio, tornare davvero a discutere di politica. Zingaretti lo ha capito da tempo, per fortuna. Qui a Torino, prima o poi ci arriveremo.

Battista Gardoncini

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