Alla fine, turandomi il naso, voterò per il campo largo, comunque si decida di chiamarlo e chiunque ne faccia parte, perché sono convinto che le prossime elezioni saranno la nostra ultima occasione per rispedire nelle fogne Giorgia Meloni e la sua sgangherata accozzaglia di fascisti e berlusconiani di complemento. Se non la coglieremo, peggio per noi.
Purtroppo, continuiamo a perdere tempo in sterili schermaglie tra leader e presunti tali sulla necessità e sul tipo delle primarie, e c’è perfino qualcuno che sta agitando la vetusta bandiera del “prima il programma”, facendo finta di non sapere che in Italia, da molti anni a questa parte, nessun governo ne ha mai rispettato uno.
Viviamo tempi difficili, i più difficili dalla fine della seconda guerra mondiale. Anche se l’attuale governo lo nega, i nostri soldati sono attivamente coinvolti in scenari di guerra, che comportano il rischio molto concreto di un conflitto planetario per il controllo delle sfere di influenza, dei mercati e delle materie prime. Tutto il resto, dalla riduzione della spesa sociale per finanziare l’industria bellica alla criminalizzazione del dissenso, è una conseguenza.
In questo quadro, le scelte politiche dell’Europa a trazione Von der Leyen, sostenute da alcuni governi nazionali bocciati o sul punto di esserlo dagli elettori, come la Francia, la Germania e la Gran Bretagna, sembrano a dir poco suicide. Comunque la si pensi sull’Ucraina, su Gaza, sull’Iran e sulle altre situazioni di crisi nel mondo, a me pare che gli elettori della sinistra abbiano al centro del loro interesse la pace, e che su questo tema si dovrebbe misurare qualsiasi coalizione politica che speri di intercettarne il consenso. Serve chiarezza a sinistra, e questa chiarezza non si può ottenere continuando a discutere all’infinito di quel che pensano i pigmei Renzi, Calenda e Picierno, delle ambiguità di Conte e neppure del messaggio filoatlantico e guerrafondaio che una Elly Schlein sempre meno convincente ha affidato al Foglio, forse nell’intento di tranquillizzare i poteri forti in vista di una sua possibile candidatura alla guida della coalizione.
Non è difficile da capire, basta non fidarsi dei sondaggi che si affannano a registrare i minimi spostamenti del gradimento degli elettori, ma dimenticano di dire che oggi in Italia vota meno di un avente diritto su due. L’unica volta che questo non è accaduto, in occasione del referendum costituzionale sulla giustizia del marzo di quest’anno, la percentuale dei votanti ha superato il 55%, e il No ha stravinto nonostante la vergognosa campagna a favore del Sì dei giornali e delle televisioni di regime. Un risultato storico, propiziato da una mobilitazione dal basso che non si vedeva da molti anni, e dalla limpida chiarezza della posta in gioco: mantenere un equilibrio tra i poteri dello stato, o rafforzare un esecutivo di scappati di casa?
Ecco, io vorrei che l’anno prossimo, quando finalmente andremo a votare, il campo largo – o come diavolo si chiamerà – si presenti agli elettori con una posizione pacifista chiara, netta e intransigente, escludendo dalle sue liste tutti i coloro che da troppo tempo ormai sostengono la necessità di combattere, purché siano altri a farlo. Solo a queste condizioni si può sperare di riportare alle urne i delusi degli ultimi anni, che sono in gran parte orfani della sinistra.
Quanto al candidato premier, personalmente vedrei bene il vecchio e saggio Pierluigi Bersani. Ma questo è un altro discorso.
Battista Gardoncini