Non parlateci di fatalità

Se avessimo bisogno di un simbolo dell’attuale situazione italiana, la cronaca oggi alle 12 ce ne ha gettato in faccia uno spaventoso, dalla mia città natale. Il miserabile crollo di una delle più vistose architetture civili (o incivili?) del paese, il gigantesco viadotto sul Polcevera dell’autostrada Genova-Savona. Era detto anche ponte Morandi dal nome del progettista. Ricordo quando – ero ragazzino – lo inaugurarono nel 1963, con che sicumera e orgoglio venne salutato sui giornali. Con quelle mostruose zampe grigiastre, come compassi giganti elevati cielo, e i cavi di sostegno, anch’essi scuri e aerei, come sputati da un mostruoso ragno, tutto di cemento, armato, super-armato, super-moderno, grigio e onnipotente. Il simbolo di un totale dominio umano sulle leggi della fisica. Lo paragonavano al ponte di Brooklyn per via di quei sostegni. S’è visto ora quanto valesse quell’orgoglio. Non ce l’ho con la tecnica, naturalmente: era un progetto ardito e a suo modo affascinante. Ma come è stato realizzato e soprattutto come è stato gestito negli anni? Sono convinto che dietro quel crollo catastrofico ci sia ancora una volta, come in tante sciagure edilizie in questo paese, un misto d’irresponsabilità, incapacità, arroganza. Non voglio parlare di possibile corruzione, per questo c’è la magistratura. Ma non posso non ricordare che, come tanti, sono passato là sopra centinaia di volte. L’ultima meno di un mese fa. E ogni volta mi aveva colpito lo stato permanente di cantiere di quel viadotto, con carreggiata unica, barriere, luci, segnali. Non so esattamente da quando, forse un anno o più, certo da molto tempo. Mi chiedevo, ma quando finiranno i lavori, qui sta cadendo a pezzi. Possibile che nessuno abbia valutato il rischio? Possibile che qualcuno non si sia posto il problema? Mancavano forse i fondi, secondo uno stomachevole refrain italico? O forse qualcuno ci marciava? Sospetto orrendo, che spero di rimangiarmi quanto prima. Mentre scrivo la conta dei morti è sulla cifra di 22, ma quanti saranno alla fine? Trenta, quaranta? Quanti? E i danni alle cose? A chi diranno grazie le famiglie? Alle piogge, al terreno, al destino? Non ci sto. Dietro questa sciagura, forse la peggiore che abbia colpito la mia città nel dopoguerra, per me ci sono tremende responsabilità con nomi e cognomi, attendiamo di sapere quali. Attendiamo che qualcuno risponda alle domande. Presto.
Infine: non mi consola la passerella di ministri e sottosegretari più meno competenti che sentenziano ovvietà su tutti i TG, non mi rassicura. E’ solo la sempiterna miscela italiana di farsa che si somma alla tragedia. Purtroppo, parafrasando Flaiano, la madre dei lacché, come quella dei corrotti, in Italia è sempre incinta.

Orlando Perera