Navalny, eroe senza truppe

Aleksej Navalny è morto in un carcere duro della Siberia. Forse non sapremo mai in che modo, ma questo solo fatto dovrebbe essere sufficiente per indignare chiunque abbia a cuore la libertà e i diritti individuali e collettivi.

L’indignazione però non basta. Bisogna anche cercare di capire, andando oltre le cortine fumogene delle opposte propagande: quella occidentale che lo dipinge come un politico democratico forte di un vasto consenso popolare e quindi in grado di minare il potere di Putin, e quella russa che lo considera un pericoloso estremista, condannato per frode, violazione della libertà vigilata, e in ultimo addirittura per terrorismo e per avere riabilitato il nazismo. Le accuse dei russi sono grottesche. Il ritratto degli occidentali sfiora l’agiografico, e questo la dice lunga sull’antico vizio di scambiare i desideri con la realtà. 

La carriera politica di Navalny iniziò circa venti anni fa in Jabloko, una formazione europeista di ispirazione social-liberale, che nel corso travagliato della sua esistenza non ha mai raccolto molti consensi, ed è scesa a un misero 1,34% nelle elezioni parlamentari del 2021. Da Jabloko Navalny fu allontanato nel 2007 per le sue posizioni razziste e xenofobe, e fondò un suo partito, Narod, di cui presentò il programma anche attraverso alcuni video su Youtube. In uno sosteneva il diritto dei cittadini ad armarsi. Nell’altro, travestito da dentista, paragonava i migranti alla carie ed esortava a cacciarli dalla Russia “perché abbiamo il diritto di essere russi in Russia”. Negli stessi anni, come ha raccontato qui il giornalista del Corriere della Sera Paolo Valentino, partecipò alle Marce Russe, che l’estrema destra organizzava ogni anno a Mosca esibendo croci runiche e altri simboli nazisti. Nel 2008 appoggiò la decisione di Putin di attaccare la Georgia. Nel 2013, quando si presentò con un nuovo partito alle elezioni per il sindaco di Mosca e raccolse un sorprendente 27%, il punto principale del suo programma era la lotta contro l’immigrazione illegale dei russi dell’Asia centrale nella capitale. Nel 2014 sostenne che l’occupazione della Crimea era stata un errore, ma di non ritenere possibile una sua restituzione all’Ucraina neanche nel caso di un cambio di governo in Russia. 

Per queste sue controverse prese di posizione, nel 2021, dopo il suo ennesimo arresto, Amnesty International fece sapere di non poter considerare Navalny un “prigioniero di coscienza” a causa dei commenti nazionalisti e razzisti fatti in passato. Secondo l’organizzazione umanitaria, “alcuni di questi commenti rientravano nell’incitamento all’odio, che era in contraddizione con la definizione di prigioniero di coscienza data da Amnesty”. Il fatto che ultimamente Amnesty abbia modificato la sua posizione non cambia la sostanza.

L’attivista russa Masha Gessen, che gli era amica e ha scritto di lui sul “New Yorker” qui e qui, ha raccontato che negli ultimi anni Navalny aveva deciso di rinnovare la sua immagine pubblica imparando l’inglese e frequentando corsi per parlare in pubblico con efficacia. Inoltre era entrato in contatto con molti intellettuali, economisti e giornalisti vicini ad istituzioni accademiche occidentali, e in particolare all’università di Harvard. Questi incontri lo avevano cambiato, orientandone il pensiero economico in senso liberaldemocratico. La lotta alla corruzione era diventata la sua priorità, mentre aveva attenuato il suo sciovinismo, mai ufficialmente rinnegato, con il riconoscimento del diritto di ogni popolo all’autodeterminazione. 

Navalny ha dimostrato grande dignità e straordinario coraggio personale. Ma è lecito dubitare che alla sua notorietà in occidente corrisponda una analoga notorietà in Russia, e questo non soltanto per la soffocante cappa di controllo esercitata dal governo su tutti i media, ma anche perché il suo messaggio non è mai stato in sintonia con un paese che tra poco, ci piaccia o no, confermerà con il voto la sua fiducia alla politica muscolare di Putin.

I pochi coraggiosi che hanno sfidato la polizia scendendo in piazza dopo la morte di Navalny erano per l’appunto pochi, e dispersi. Una plastica conferma della sua tragica figura di eroe senza truppe, e dei suoi limiti.

Battista Gardoncini

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