L’uomo che amava i cani

Bompiani ha appena ristampato “L’uomo che amava i cani”, uno splendido romanzo dello scrittore cubano Leonardo Padura Fuentes che racconta la storia parallela di Lev Trotsky e di Ramón Mercader, il militante comunista spagnolo che il 20 agosto del 1940 lo uccise con un colpo di piccone in testa a Città del Messico, dove si era rifugiato per sfuggire alle persecuzioni di Stalin.

“L’uomo che amava i cani” è un’opera monumentale e complessa, con un intreccio di vicende e di personaggi che si basa su solidissime basi documentali. Immaginaria è la figura di Ivan, lo scrittore che incontra un Mercader stanco e malato su una spiaggia cubana, ne riceve le reticenti confidenze, e parecchi anni dopo la sua morte viene in possesso di un manoscritto che chiarisce i molti punti rimasti in sospeso. Ma anche i problemi e le paure di Ivan in una Cuba claustrofobica e affamata sono drammaticamente reali, e contribuiscono a immergere il lettore nell’atmosfera opprimente di un romanzo che vuole essere – nelle parole di Padura Fuentes – una storia esemplare di amore, di follia e di morte. Una storia per aiutare a comprendere il come e il perché della degenerazione di una utopia.

Lev Trotsky, braccio destro di Lenin e carismatico fondatore dell’Armata Rossa, fu espulso dal partito ed esiliato in Siberia, e in seguito costretto all’esilio. Arrivò in Messico, ospite del presidente Cardenas, nel 1937, e trascorse i suoi ultimi anni nell’angoscia per le sorti dei famigliari e degli amici eliminati ad uno ad uno, senza mai smettere di lottare con la parola e con gli scritti contro lo stalinismo trionfante. 

Ramón Mercader era un giovane miliziano che combatteva per la repubblica spagnola e amava i cani. Spinto dalla madre Caridad, fanaticamente devota alla causa, entrò in contatto con i servizi segreti sovietici e lasciò il fronte. Fu addestrato a Mosca, e imparò ad agire nell’ombra per combattere gli avversari del partito. Parlava molte lingue, e fu scelto per introdursi nell’entourage di Trotsky, che aveva già subito diversi attentati, e viveva blindato in un sobborgo della capitale. Ci riuscì seducendo una segretaria, e colpì a tradimento la sua vittima mentre leggeva. Trotsky non morì subito. Morsicò l’aggressore, e il suo urlo disperato fece accorrere le guardie del corpo, che bloccarono l’attentatore. 

Mercader scontò venti anni di carcere senza mai rivelare la sua vera identità e i legami con Mosca. Dopo la liberazione si rifugiò in Russia, dove fu insignito delle più alte onoreficenze. Ma sapeva troppe cose, e soltanto nei suoi ultimi anni ottenne di trasferirsi a Cuba, dove era nata la madre. Morì nel 1978 per un tumore, che secondo suo fratello era stato provocato da un orologio dove era stata inserita una sostanza radioattiva. 

Mercader non era un uomo spregevole. Agì, come molti in quegli anni,  per senso del dovere e fedeltà alla causa, e i capitoli più angoscianti del romanzo sono quelli che descrivono come le circostanze e gli spietati uomini dei servizi segreti trasformarono un giovane idealista in un assassino. Le ultime pagine, quando Mercader incontra l’uomo che lo ha reclutato e guidato, a sua volta vittima delle paranoie di un regime agonizzante, sono più efficaci di decine di saggi sulle storture del sistema sovietico. E rendono la lettura di questo libro indispensabile per chiunque voglia capire che cosa è stato davvero lo stalinismo, e i danni che ha prodotto anche dopo la morte del dittatore, in Unione Sovietica, a Cuba, e in tante altre parti del mondo.

Battista Gardoncini

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