“Una vittoria così schiacciante degli Stati Uniti non si vedeva dai tempi del Vietnam”. Questa battuta fulminante, comparsa in rete qualche giorno fa, racconta la guerra in corso meglio della maggior parte dei grandi giornali italiani, impegnati nel tentativo di giustificare sempre e comunque le giravolte di Trump. La qual cosa sarebbe semplicemente ridicola, se non fosse tragica. Perché, come ha raccontato ieri su Substack il giornalista investigativo Seymour Hersh, Trump è così consapevole dell’andamento disperato delle sue operazioni militari contro l’Iran, da avere seriamente preso in considerazione l’opzione nucleare per distruggere i siti sotterranei dell’esercito iraniano. Lo avrebbe fatto nel corso di una riunione ristretta con i membri del suo staff, che, pur conoscendone bene gli sbalzi di umore, sarebbero usciti inorriditi dalla riunione. Così inorriditi che qualcuno di loro ha pensato bene di far trapelare la notizia.
Che gli Stati Uniti e i loro amici israeliani abbiano sottovalutato la forza dell’Iran è un dato di fatto. Stiamo parlando del diciottesimo paese più grande del mondo, con oltre 93 milioni di abitanti, in gran parte giovani e con un alto tasso di istruzione, e molto ricco per i proventi del petrolio. Un paese abituato a combattere per la sua sopravvivenza, e preparato a farlo. Un paese governato da un regime che nonostante le crudeli repressioni continua a godere dell’appoggio di gran parte della popolazione. Anche se i nostri media compiacenti non ce li fanno vedere, i missili che stanno colpendo una dopo l’altra le basi americane installate nei paesi arabi amici e martellano Israele dimostrano che un conto è la propaganda occidentale, un altro conto la realtà. All’Iran basta resistere per vincere, e ci sta riuscendo.
Per Trump, invece, un ritorno allo status quo precedente alla guerra sarebbe un disastro. Avrebbe bisogno di una vittoria incontrovertibile, che portasse ad esempio al crollo del regime iraniano. Ma non la può ottenere, e se anche la ottenesse potrebbe non bastargli, perché la maggior parte degli americani nemmeno sa dove è l’Iran, ed è preoccupata da argomenti più prosaici, come l’inflazione e il prezzo della benzina. Secondo Hersh, la frustrazione del presidente è legata al calo senza precedenti della sua popolarità e ai disastrosi sondaggi sulle imminenti elezioni americane di midterm, che potrebbero dare ai democratici la maggioranza non soltanto alla camera, ma anche al senato. Se questo avvenisse le possibilità di un impeachment diventerebbero reali.
Ma un presidente disperato – dice Hersh – è un presidente pericoloso. E non è chiaro se i suoi consiglieri abbiano il coraggio sufficiente per impedirgli di sbagliare.
Battista Gardoncini