Lo strappo di Zingaretti

Da parecchi anni non voto PD. L’ultima volta che mi sono avvicinato al partito è stata in occasione delle primarie aperte ai non iscritti che hanno portato Nicola Zingaretti alla segreteria. Mi pareva una brava persona, l’unica in grado di riportare nell’alveo della sinistra una forza senz’anima, devastata dalla egocentrica gestione di Matteo Renzi. E tutto sommato le mosse del nuovo segretario non mi sono dispiaciute. 

Ho apprezzato il richiamo di Zingaretti ai principi, temperato dalla consapevolezza che il PD non è – e non potrà mai essere – autosufficiente. Di qui una accorta gestione delle alleanze a livello locale, e la scelta di dialogare con i Cinque Stelle senza la presunzione di superiorità che alcuni compagni di partito hanno messo in mostra in troppe occasioni. A differenza di altri, Zingaretti non ha considerato la nascita del governo giallorosso di Conte un incidente di percorso, ma una prospettiva strategica di lungo periodo, e si è impegnato a fondo per sostenerlo. Dopo la sua caduta, voluta dai poteri forti che hanno usato come sicario il solito bulletto di Rignano, si è impegnato per tenere aperti i canali del dialogo con i Cinque Stelle, avendo ben chiaro che Draghi non è eterno, e che la stampa amica non potrà nascondere a lungo le contraddizioni di un governo nato per mettere le mani sui miliardi in arrivo dall’Europa grazie a Conte.  Un governo – è bene ricordarlo – che finora ha fatto le stesse cose di Conte, con le dubbie novità di un poliziotto alla guida dei servizi segreti e di un generale degli alpini a gestire l’emergenza Covid.

Per gli stessi motivi che a me sono piaciuti, Zingaretti ha dovuto combattere su due fronti della sinistra o presunta tale: i partitini del bulletto di Rignano e del pariolino Calenda, nostalgici del liberismo più sfrenato e galvanizzati dalla vittoria di Draghi, e il variegato arcipelago delle correnti interne al PD, assai ben rappresentate nei gruppi parlamentari del partito. Forse non sapremo mai che cosa è accaduto negli ultimi giorni. Fatto sta che Zingaretti, con una mossa a sorpresa, ha deciso di dimettersi. Le parole che ha scelto per lo strappo sono pesanti, e dimostrano la violenza dello scontro interno al partito: “lo stillicidio non finisce. Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c’è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni”. 

Questa mattina Zingaretti ha ribadito che non cambierà idea, con una postilla che la dice lunga sulla posta in gioco: “volevano farmi fuori, ma sotto scacco non ci sto, e continuerò a fare politica”. In pratica l’annuncio che non rinuncerà a difendere la sua visione strategica, e battersi per evitare che il PD diventi la ruota di scorta di una politica compiutamente di destra. 

Vedremo tra pochi giorni, nell’assemblea del PD che discuterà delle dimissioni, come si posizioneranno le forze in campo, ma le premesse non sono incoraggianti. Nel più puro stile della peggiore politica, i primi a esprimere la loro fiducia a Zingaretti e a chiedergli di restare sono stati i capi delle correnti che gli hanno fatto la guerra. 

Per quello che mi riguarda, se Zingaretti confermerà il suo passo indietro, e al suo posto arriveranno le mezze calzette di cui si parla, scelte per spianare la strada al ritorno all’ovile del bulletto e dei suoi amici, mi metterò il cuore in pace. Come dimostrano alcuni recenti sondaggi, il panorama politico italiano è in movimento, e le rendite di posizione che tanto piacciono al PD non esistono più. Ne avremo la controprova nelle prossime elezioni amministrative, se e quando Draghi ce le concederà.

Battista Gardoncini

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