Le lezioni della storia

Guido Ortona, economista, è stato professore di Politica economica presso l’Università del Piemonte orientale. Le sue ricerche hanno riguardato soprattutto le economie di tipo sovietico, l’economia del lavoro e l’economia comportamentale. Ma è anche un attento osservatore delle vicende politiche italiane, e su questo tema ha scritto un interessante contributo che vi proponiamo integralmente con il suo consenso.

Riassunto. Ci sono preoccupanti analogie nella politica della sinistra moderata oggi in Italia e 90 anni fa in Germania. In particolare oggi in Italia si stanno commettendo errori molto simili a quelli commessi allora in Germania. La cosa è tanto più preoccupante in quanto oggi in Italia le condizioni per evitare quegli errori sono particolarmente propizie.

1. Hitler. Hobsbawm (Il secolo breve) racconta molto bene le ragioni del successo del nazismo in Germania (che come è noto raggiunse il 37% dei voti nelle elezioni del 1932, avendo ottenuto poco più del 3% nel 1928). Riassumo la sua esposizione come segue. I soggetti sono quattro. Ci sono  i padroni che vogliono difendere i loro profitti, il che li mette in conflitto  frontale coi lavoratori. I lavoratori stessi, messi in crisi dalla Grande Crisi. Gli ex-ufficiali (e soldati) della Grande Guerra diventati impiegati sottopagati, umiliati, non sindacalizzati e a rischio di licenziamento. Gli ultimi forniscono la manovalanza, e dopo qualche esitazione i primi i soldi. Infine c’è il governo democratico. Il problema è: perché una grande parte degli operai votò per i nazisti? La risposta è nota. Il governo democratico era incapace di risolvere i problemi degli operai, dei disoccupati e dei pensionati; anzi, come sappiamo, fu responsabile di politiche che peggiorarono la loro condizione. Come conseguenza, quando quelli che ho chiamato ex-ufficiali  proposero di abolire la democrazia gli operai furono d’accordo; e i padroni si adeguarono volentieri. Questo schema è naturalmente ipersemplificato, e prego il lettore di non perdere tempo per introdurre in esso modifiche o precisazioni; non è questo il tema di questo intervento, quello schema è un benchmark che ci serve per le sue analogie con la situazione odierna in Italia.

   La prima delle analogie, e forse la più rilevante, è che non bisogna dare per scontato che la democrazia sia sacra, che cioè per quanto siano dure le condizioni di vita e squalificata la classe politica l’opinione pubblica preferisca comunque la democrazia ad altri ordinamenti. Più precisamente, come in  Germania 90 anni fa, sono moltissimi, forse la maggioranza, coloro che sono indifferenti alla democrazia. “Franza o Spagna purché se magna”: Benedetto Croce giudicava ignobile questo motto, ma esso contiene una verità molto profonda. Per fare un esempio, molti artigiani che ritengono –a torto o a ragione- di essere oberati di tasse saranno, e sono, favorevoli a una loro drastica riduzione, indipendentemente dalle conseguenze che ciò potrà avere sul funzionamento  dello Stato. I dati parlano chiaro: il 68% degli italiani, secondo il Pew Research Center, è insoddisfatto della democrazia, contro un valore mediano per i 14 paesi europei considerati del 48%.

   Poi c’è la ambiguità della sinistra moderata. In Italia negli ultimi anni ha appoggiato o addirittura promosso politiche antipopolari, cosa che ricorda il destino del Partito Socialdemocratico Tedesco all’inizio degli anni 30, credibilmente accusato di complicità nelle politiche deflazioniste del governo di Bruning.  Quindi la sinistra moderata, oggi come allora, può contare sempre meno sulla reputazione di essere comunque il partito che difende il popolo. Per essere chiari: la richiesta che viene da Letta di appoggiare il PD per “battere la destra e difendere la democrazia” è tanto meno valida (e quindi alla fine tanto più controproducente) quanto più numerosi sono coloro a cui importa di “magnare” più che dei valori e della democrazia.

   In terzo luogo, oggi come allora esiste un’elevata quantità di clercs molto disponibili alla trahison (soprattutto se appoggiati e/o sussidiati dalla stampa padronale, cosa che allora forse non era così importante – non lo so). La loro presenza in Italia oggi è indubbia; così come è indubbio che nell’accademia tedesca il nazionalismo, l’antimodernismo e l’antisemitismo fossero molto diffusi.

   Non so invece quanto fosse presente allora un’ulteriore, importante caratteristica della sinistra moderata italiana di oggi, e cioè la necessità, per non perdere il proprio seguito di militanti o comunque sostenitori, di appoggiare –e anche fare- cose di sinistra su terreni che non incidono sui “problemi del sale e del riso”, come diceva Mao Tse-Tung, onde farsi perdonare l’assenza di cose di sinistra (e l’appoggio a cose di destra) su temi che incidono su di essi. Una parte del successo di Salvini –non so quanto grande- dipende sicuramente dal fatto che la sinistra attuava politiche di austerità perché “ce lo chiedeva l’Europa, c’è poco da fare”; ma al tempo stesso era inflessibile (per esempio) sulla difesa della libertà di genere o dei valori della Resistenza. Cose giustissime, ma facilmente controproducenti se sono le uniche cose di sinistra. Persino io, militante di sinistra da sempre ed ebreo, provo fastidio quando vedo delle Autorità sfiduciate e disprezzate celebrare la resistenza o la giornata della memoria. E temo che siano in molti a pensare che se quelle autorità celebrano quelle cose, allora quelle cose sono sbagliate.

2. La differenza fra sinistra e destra. Alla fin fine, insomma, la questione è la solita, vecchia questione dell’incapacità della sinistra moderata di egemonizzare una maggioranza. Su questo scoglio essa si è quasi sempre infranta, in Italia nel 1915 (non opponendosi alla guerra) più ancora che nel 1920-21, in Germania nei primi anni 30 e in Russia fra il febbraio e l’ottobre del 1917. Ci sono certamente molti altri esempi, ma questi bastano (e ci sono anche esempi contrari).

   Cosa vuol dire “egemonizzare”? In questo contesto vuol dire “fare delle proposte credibili che vadano incontro agli interessi dell’elettorato di cui si vuole ottenere l’appoggio”. Assumo che qui in Italia questo elettorato sia composto essenzialmente dai lavoratori dipendenti. Se si vuole ottenere il loro appoggio, bisogna proporre cose utili per loro, e realizzabili. Per farla breve: occorre che la prospettiva “più servizi sociali, più difesa dei lavoratori, più efficienza dell’amministrazione” appaia al tempo stesso più credibile e preferibile rispetto all’alternativa, cioè “meno stato, e ciascuno si salvi come può” (o meglio, appaia migliore sulla base della combinazione di credibilità e utilità – un economista parlerebbe di utilità attesa). Non è solo questione di preferenze: lo stesso economista di cui sopra direbbe che se la proposta di sinistra non c’è, ci si troverà in un dilemma del prigioniero, una situazione cioè in cui ciascuno dovrà  cercare di cavarsela da solo, anche se la situazione cooperativa (che però non c’è) sarebbe preferibile anche per lui. E questo comporta inevitabilmente l’accettazione dei disvalori corrispondenti, come l’egoismo, il mito del vincitore come esente da obblighi morali, eccetera. 

   La proposta di sinistra deve avere anche la caratteristica di non essere divisiva. Se si cerca di proteggere alcune categorie dell’elettorato di cui si cerca l’appoggio a scapito di altre facenti parte del medesimo, si fa il gioco della destra. E deve  essere chiara, adatta a una mobilitazione (anche delle idee e della partecipazione).

   Esiste, qui ed ora, una proposta che abbia quelle quattro caratteristiche? Ovviamente sì. Ed è la solita: togliere ai ricchi per dare ai poveri. Rispetto ad altre epoche, ci sono, qui ed ora, quattro fattori che rendono quella proposta particolarmente difendibile.

   In primo luogo, è evidente che occorre solidarietà, e tutti lo sanno. Ma la solidarietà non è vera solidarietà se viene finanziata a debito. I titoli del debito italiano, a parte la quota sottoscritta dalla BCE  (poco più di un terzo), sono perlopiù sottoscritti da grossi investitori (il famoso “pensionato con i bot sotto il materasso” è morto parecchi anni fa),  i quali prestano i soldi perché in cambio ricevono un interesse soddisfacente. Se poi quel debito e quell’interesse saranno pagati –come fatto finora- con politiche di austerità, allora avremo l’esatto opposto della solidarietà: i ricchi approfittano della crisi per farsi dare dei soldi dai poveri. Si tratta di un argomento che avrebbe un forte impatto sull’opinione pubblica.

   In secondo luogo, il più forte argomento tradizionale contro la tassazione della ricchezza finanziaria, e cioè che quella imposizione sottrae risorse agli investimenti oggi è totalmente privo di valore. Dato il regime di libera circolazione di capitali i capitali degli italiani ricchi sono investiti in giro per il mondo, la dove conviene di più, e la parte sottratta all’Italia sarebbe quindi piccolissima.

   In terzo luogo, l’ammontare della ricchezza finanziaria è talmente elevato  e talmente concentrato da far sì che un’aliquota molto bassa, di un ordine di grandezza tale da non intaccare lo stock di capitale ma solo il suo rendimento, sarebbe sufficiente a dare un gettito molto importante. Un’aliquota del 2% sulla sola  ricchezza finanziaria del solo 10% più ricco delle famiglie italiane (che ha in media circa 1 milione di ricchezza finanziaria) darebbe un gettito di circa 45 miliardi – più di sei volte il costo annuo del reddito di cittadinanza, per il quale si sono versati fiumi di lacrime. E si tratta solo della ricchezza ufficialmente censita, con esclusione di quella in nero; ricchezza che le autorità sanno benissimo dove si trova e di chi è.

   Infine, tanto la teoria economica più evoluta  (si veda Piketty) quanto la stampa economica padronale ma ragionevole (si vedano il Financial Times e l’Economist) da tempo sostengono che la concentrazione della ricchezza finanziaria a livello mondiale ha raggiunto ormai livelli tali da rendere necessaria la sua tassazione, pena gravi rischi economici e sociali. E vale la pena di notare che un’imposta sulla ricchezza non può essere elusa facilmente: se l’imposta è sulla titolarità della ricchezza l’unico modo per evitarla sarebbe cambiare cittadinanza, cosa che difficilmente verrebbe fatta per un’imposta del 2% e che comunque sarebbe facilmente contrastabile con interventi legislativi.

3. Biden. I rischi sociali di cui sopra sono i soliti: che i poveri frustrati se la prendano con l’unico obbiettivo con cui possono ragionevolmente prendersela, e cioè lo Stato, che pretende di essere democratico ma tollera o favorisce la loro emarginazione. Di questo pericolo mi pare si sia reso conto Biden. Il tentativo di golpe di Trump è stato tipico: un gruppo di capitalisti ricchi e corrotti ha fomentato la rabbia delle masse onde distruggere la democrazia prima che essa potesse intervenire per limitare il loro potere. Forse sono troppo ottimista, ma a quanto pare,  Biden si è reso conto di questo pericolo, e ha capito che se si vuole salvare la democrazia bisogna andare incontro ai bisogni delle masse, e che questo implica politiche costose, e quindi che bisogna per l’appunto togliere ai ricchi per dare ai poveri. La situazione italiana è palesemente analoga. Se si vuole che una maggioranza dell’elettorato voti per la sinistra, bisogna che la sinistra li convinca che le loro condizioni miglioreranno se si voterà a sinistra, e ciò implica la promessa di politiche vailde e credibili di rilancio del welfare, il che a sua volta implica dei costi, il che a sua volta richiede che si trasferiscano risorse dai ricchi allo  Stato e tramite esso ai poveri. E abbiamo visto che quelle risorse possono essere trasferite con costi molto bassi per i ricchi. E allora, perché no?

4. Letta.  La vera opposizione non credo venga da chi non vuole pagare un’imposta del 2%. Io non sono particolarmente ricco, ma sarei ben contento di pagare il 2% dei miei risparmi per avere una bassa disoccupazione, uno Stato che funzioni, e la fine dell’emigrazione dei laureati. E lo stesso penso di voi. La vera opposizione viene da chi preferisce che lo Stato non funzioni (naturalmente può trattarsi di una persona che non vuole nemmeno pagare le imposta).  Uno Stato che abbia pochi soldi non potrà gestire la sanità in modo soddisfacente – privatizziamola. Un’elevata disoccupazione consente il massimo sfruttamento dei lavoratori. La mancanza di controlli da parte dello Stato propizia la corruzione. Eccetera.   

   Quindi, hic rhodus hic salta: per la sinistra non esistono scorciatoie. Se vuole avere il consenso degli elettori deve  proporre, credibilmente, un trasferimento di risorse dai ricchi ai poveri. E deve essere cosciente che ciò implica una battaglia politica a favore di un allargamento dello Stato come soggetto attuatore del miglioramento delle condizioni di vita.

   Naturalmente è molto difficile chiedere ciò a un partito in cui i padroni, i corrotti  e i faccendieri hanno un peso molto rilevante. Quindi il compito iniziale e fondamentale che il PD deve svolgere, se vuole essere di sinistra, è quello di sbarazzarsi di costoro. Ci riuscirà? Penso di no. E quindi rassegniamoci ad avere Salvini primo ministro e Berlusconi presidente, o qualcosa del genere. Sempre meglio di Hitler, d’accordo, ma sarebbe meglio –forse ormai sarebbe stato meglio- evitarlo. Gli storici futuri probabilmente racconteranno che ancora una volta la sinistra ha spianato la strada alla destra per non avere avuto il coraggio di fare le cose giuste. Ammesso che il PD possa ancora considerarsi di sinistra.

Guido Ortona

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