La Terra Promessa di Obama

Ottocento fittissime pagine, appesantite da resoconti parlamentari e citazioni di discorsi, mettono a dura prova la pazienza del lettore. Ma vale la pena di imbarcarsi nell’impresa, perché l’autore, aiutato da alcuni collaboratori elencati nei ringraziamenti finali, è l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama. 

“Una terra promessa”, pubblicato in Italia da Garzanti, riprende solo in parte  i temi che Obama aveva affrontato in precedenza ne  “Il sogno di mio padre” e “L’audacia della speranza”:  la gioventù di un ragazzo hawaiano dalla pelle scura, figlio di un keniota e di una estrosa americana, il suo amore per la lettura, i sacrifici affrontati per frequentare l’università, il precoce impegno nel sociale. Al centro della narrazione c’è la sua  brillante carriera politica, nutrita di solidi ideali, favorita da una non comune capacità di cogliere le opportunità e di adattarsi alle circostanze, e facilitata dal fascino personale che anche i più accaniti avversari gli riconoscono.

Dalla politica locale a quella nazionale, da Chicago a Washington, la marcia di Obama è inarrestabile. Il libro  racconta nei dettagli il percorso che nel gennaio del 2009 lo porta a diventare il  primo presidente nero della storia, e descrive gli anni del suo mandato fino al 2 maggio 2011, quando una squadra di Navy Seal uccide in Pakistan Osama Bin Laden, l’uomo che aveva organizzato l’attacco alle Torri Gemelle. Quell’episodio spiana di fatto ad Obama la strada per il suo secondo mandato, che sarà presumibilmente oggetto di un prossimo volume. 

“Una terra promessa” è un libro interessante per quello che dice e anche per quello che non dice, perché l’autore è ancora un politico influente ed ascoltato, ed è comprensibile che cerchi di evitare giudizi troppo netti su alcuni personaggi e alcuni momenti cruciali della sua amministrazione. Soltanto tra le righe, ad esempio, traspare una certa antipatia per il segretario di stato Hillary Clinton, che era stata la sua avversaria nelle primarie del 2008. Ma è sostanzialmente sincero nel descrivere i meccanismi non sempre limpidi della lotta politica negli Stati Uniti, i successi e i limiti di ogni azione di governo, le vittorie e le sconfitte.  E’ una riflessione di prima mano sul potere e sui compromessi da affrontare per esercitarlo, ed è molto utile per capire che cosa davvero pensano gli americani di se stessi e degli altri.

Non tutto è ovviamente condivisibile. Non credo che le buone intenzioni di Obama possano  essere messe in discussione. Ma le buone intenzioni da sole non bastano, e alcune delle sue scelte, soprattutto in politica estera, dimostrano quanti disastri possa provocare la pretesa degli Stati Uniti di imporre al resto del mondo la libertà a stelle e strisce. Le accurate ricostruzioni delle discussioni di Obama e del suo staff sul Medio Oriente, sulla Russia di Putin e sulla Cina si leggono con grande interesse anche perché dimostrano quanto poco essi capiscano dei loro interlocutori e delle loro ragioni. 

Molto interessanti sono le riflessioni di Obama sul ruolo dei media. La sua frustrazione è palpabile quando cerca di portare avanti alcuni coraggiosi progetti di riforma e deve scontrarsi con la rappresentazione riduttiva che ne danno giornali e televisioni. Cresce quando si rende conto che non è importante quello che un presidente dice, ma come lo dice, e impara a sue spese che deve misurare le parole, perché basta una frase maldestra, riportata in prima pagina a caratteri cubitali, per vanificare un impegno amministrativo di mesi. Cerca di di fare del suo meglio per dare ai cittadini meno abbienti un sistema sanitario pubblico efficiente, ma  invece di discutere del merito perde tempo – e consensi tra i parlamentari – per difendersi dalla cervellotica accusa di introdurre il comunismo nel paese.

In tutto il libro l’uomo che nel 2017 prenderà il posto di Obama alla Casa Bianca, Donald Trump, viene citato una sola volta: un discusso finanziere sull’orlo della bancarotta che cavalca sui media conservatori la fake news della illegittimità del presidente perché non sarebbe nato negli Stati Uniti.  Costretto a ritrattare, Trump torna nell’ombra. Il suo momento deve ancora arrivare.

Battista Gardoncini

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