La paura degli untori

Nessun nome, nessun luogo certo, nessuna denuncia. Qualche dubbio sulla presunta sassaiola contro gli studenti cinesi dell’Accademia di Belle Arti di Frosinone è più che lecito. E anche l’episodio che avrebbe coinvolto una giovane cinese invitata a scendere da un bus piemontese – che per qualcuno era un treno e per altri un tram – lascia molto perplessi. Ma il coronavirus proveniente dalla Cina sta alimentando una psicosi collettiva molto simile a quella descritta dal Manzoni nella sua storia della Colonna Infame, resoconto dettagliato del processo che nel 1630 portò a una morte atroce il barbiere Gian Giacomo Mora e il commissario Guglielmo Piazza, accusati di essere gli untori che avevano diffuso la peste a Milano. 

Le analogie non mancano. Oggi come allora siamo di fronte a una nuova malattia, fortunatamente non micidiale come la peste che nell’Italia del 600 uccise oltre un milione di persone su una popolazione stimata di quattro milioni. Gli esperti attribuiscono al coronavirus cinese un indice di mortalità di poco superiore al 2%, mentre quello della normale influenza stagionale, anch’essa spesso provocata da coronavirus, si aggira sullo 0,14%. E in genere muoiono persone anziane, debilitate da precedenti malattie, mentre gli altri guariscono spontaneamente. Nella epidemia di Sars del 2002 l’indice di mortalità fu del 9%. Nella Mers esplosa in Medio Oriente nel 2012 morì il 30% delle persone colpite.

Oggi come allora, nonostante gli enormi progressi della medicina dai tempi della peste, non esistono cure definitive: gli antibiotici, trattandosi di virus, non servono, e i medici si limitano alla diagnostica dei casi sospetti e a contenere gli effetti collaterali dell’infezione in attesa che la malattia faccia il suo corso. Quanto ai vaccini, i laboratori di tutto il mondo sono al lavoro, ma si prospettano tempi lunghi. I coronavirus sono mutevoli e sfuggenti, e i risultati ottenuti finora da alcuni centri di ricerca, compreso il fin troppo pubblicizzato Spallanzani di Roma, sono fondamentali per conoscere l’avversario, ma non riguardano i modi per combatterlo.

E oggi come allora, purtroppo, alcuni colgono l’occasione del coronavirus per dare il peggio di sé. Non merita di essere citato per nome il politico che ha attribuito la diffusione della malattia alla indiscriminata apertura dei porti voluta dall’attuale governo, incurante del fatto che finora i casi accertati di contagio in Italia siano due, e riguardino non migranti, ma turisti cinesi arrivati in aeroplano e alloggiati in un prestigioso hotel di Roma. E cade nel grottesco quell’altro suo collega che invita a ricorrere al saluto romano per evitare il contagio. Preoccupano molto di più l’isteria generalizzata, le voci incontrollate, i ristoranti cinesi deserti, gli sguardi torvi che si colgono in strada verso persone con un colore della pelle sospetto, le richieste di isolare gli alunni cinesi e addirittura le assurde  ricerche di chi cerca su Google un legame tra il virus e la birra Corona. 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, impegnata nel contrastare la diffusione della malattia, si sta dando da fare anche per evitare inutili e controproducenti allarmismi, e ha appena lanciato l’ “allarme infodemia”, perché ritiene che la diffusione del coronavirus cinese sia accompagnata da troppe informazioni false e fuorvianti. La rete ha le sue colpe. Come diceva Umberto Eco, ha dato la parola a legioni di imbecilli che prima si limitavano a schiamazzare nei bar. Ma anche il giornalismo tradizionale – o forse sarebbe meglio dire quel poco che resta del giornalismo tradizionale – non scherza. Strafalcioni a parte, colpisce che pochissimi giornali abbiano trovato il tempo per stigmatizzare il comportamento dei molti che non si vergognano di considerare i cinesi brutti sporchi e cattivi, esattamente come fanno con i migranti che cercano una vita migliore,  e prima ancora avevano fatto con gli immigrati che arrivavano al Nord per cercare lavoro. Basterebbe poco. Basterebbe non cercare di giustificarli con la paura degli untori.

Battista Gardoncini

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