L’ intellettuale antifascista

A vent’anni dalla morte, complice Hammamet, il film di Gianni Amelio sulla latitanza tunisina di Bettino Craxi , sono ancora una volta usciti allo scoperto i sostenitori dell’ex segretario socialista. Non sono molti, ma rumorosi, e qualcuno vorrebbe anche intitolargli strade e piazze. Negli stessi giorni mi è capitato per le mani un bel libro dello storico Angelo d’Orsi dedicato a Leone Ginzburg, intellettuale antifascista. Nel leggere la storia di questo grande personaggio, morto nel 1944 nel carcere di Regina Coeli, non ho potuto fare a meno di pensare alle tristi prospettive di un Paese che dalla storia ha imparato poco, dimentica i suoi padri e cerca nuovi eroi nelle persone sbagliate. Ieri Craxi, oggi Salvini, domani chissà. 

Leone Ginzburg era russo, ebreo e antifascista. Raffinato intellettuale, lasciò pochi scritti perché viveva del suo lavoro di redattore per Einaudi, dove svolse un ruolo fondamentale per la vasta cultura e la non comune curiosità intellettuale. I suoi amici e colleghi – e stiamo parlando di figure come lo stesso Einaudi, Pavese, Bobbio – lo consideravano un leader, e gli riconoscevano una intransigenza morale che in quei tempi difficili pochi potevano permettersi. 

“La maschera – diceva Ginzburg – quando è portata a lungo non vuole più staccarsi dal volto”. E lui non se la mise, pagando di persona quando rifiutò di prestare il giuramento richiesto dal fascismo ai docenti universitari e dovette rinunciare al corso di letteratura russa che gli avrebbe permesso di dedicarsi con più agio ai suoi studi. Inoltre gli fu ritirata la cittadinanza italiana alla quale teneva moltissimo. Aveva appena venticinque anni. Poco dopo il suo impegno nell’attività cospirativa di Giustizia e Libertà lo portò in carcere per due anni. Tornato in libertà, non rinunciò alla lotta, e nel 1940 fu mandato al confino in Abruzzo. Liberato alla caduta del fascismo, non ascoltò il consiglio degli amici e andò a Roma, dove fu uno degli animatori della  Resistenza. 

Leone Ginzburg fu arrestato nella tipografia dove stava preparando il giornale clandestino “L’Italia Libera”. Nonostante il nome falso fu riconosciuto, e in quanto ebreo fu trasferito nell’ala gestita direttamente dai tedeschi, dove morì per le torture subite il 5 febbraio del 1944. Poco prima aveva detto al compagno di prigionia Sandro Pertini: “Guai a noi se domani non sapremo dimenticare le nostre sofferenze, guai se nella nostra condanna investiremo tutto il popolo tedesco”. 

Battista Gardoncini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Potrebbero interessarti
LEGGI

Lo scandalo della Banca Romana

Ultime notizie dal mondo dorato dell’economia e della finanza. FCA è accusata di aver barato sulle emissioni dei…
LEGGI
LEGGI

Due luci in redazione

I primi giorni del 2020 sono stati tristi per noi che abbiamo lavorato nella redazione torinese de L’Unità.…
LEGGI
LEGGI

La parolaccia dell’anno

Il 2019 finisce, e per i giornali è tempo di bilanci, oroscopi e classifiche. Tra i personaggi dell’anno…
LEGGI
LEGGI

Perché si chiamano bufale

Spopolano sul web, le “bufale”. Il termine è diventato di uso comune in questi tempi di post-verità, per…
LEGGI
LEGGI

Oltre il ponte cambia volto

Siamo nati sette anni fa come Segnavia54, e ci occupavamo di montagna. Un piccolo sito specializzato per chi…
LEGGI
LEGGI

La Stampa non abita più qui

Siamo alle battute finali, l’integrazione di Itedi (La Stampa e Il Secolo XIX) con Repubblica è ormai sulla…
LEGGI