Il virus, i social e noi.

Gli scienziati sono uomini come noi. Anche loro usano i social, e anche loro, qualche volta, lo fanno a sproposito. Non è questione di cattiveria, e neppure di stupidità. E’ che le tastiere dei loro computer e dei loro telefonini, esattamente come le nostre, sono sempre a disposizione, e li spingono a scrivere anche quando non hanno nulla di nuovo o di serio da dire, oppure sulla spinta di impulsi momentanei di fastidio o indignazione. E per di più, esattamente come noi, lo fanno in poche righe, magari corredate da una immagine ad effetto, perché se no non li legge nessuno.

Così accade che sull’emergenza coronavirus i social ci propinino, insieme alle consuete montagne di sciocchezze degli analfabeti del web, anche molte dichiarazioni di esperti veri o presunti, che non aiutano a capire e alimentano le preoccupazioni.

Maria Gismondi, virologa dell’ospedale Sacco di Milano, invita alla calma e dice su Facebook che non abbiamo a che fare con una  pandemia, ma con una influenza appena più seria del normale. Roberto “Prezzemolino” Burioni, l’infettivologo che è diventato una star del web per le sue campagne a favore dei vaccini e il sovrano disprezzo per chi non la pensa come lui,  le risponde con la solita alterigia, accusandola di sottovalutare i rischi e ribadendo che soltanto lunghi e rigidi periodi quarantena potrebbero forse frenare la diffusione del virus. Ilaria Capua, un’altra eccellenza italiana nel campo della virologia, ci fa sapere dagli Stati Uniti che l’influenza è brutta e le persone colpite dovrebbero restarsene a casa, ma che l’allarme mediatico è eccessivo.

Opinioni divergenti, a volte inconciliabili, che si ritrovano anche nelle dichiarazioni di scienziati e medici meno noti, perché il coronavirus cinese ha colto tutti di sorpresa ed è ancora per molti versi un perfetto sconosciuto. Perfino sulle statistiche non vi sono certezze. Tutti danno i numeri, anche metaforicamente. I dati sui contagi che arrivano dalla Cina, secondo i media occidentali, sono sottostimati. Quelli che riguardano l’Occidente erano inizialmente troppo bassi per essere credibili, e la loro attuale crescita dipende probabilmente dal semplice fatto che la diagnostica è migliorata: se sai che cosa cercare lo trovi. E sicuramente non lo trovi in Africa, dove quasi nessuno lo cerca.

Quanto è davvero contagioso questo nuovo virus? Come si diffonde? Quanto sopravvive nell’ambiente? Qual è il tasso di mortalità? Quando si è davvero guariti? Su ognuna di queste domande sono al lavoro i migliori laboratori del mondo, ed è lecito pensare che le risposte prima o poi arriveranno. Ma è bene ricordare che la scienza non sa tutto e non può tutto, e che non saranno risposte semplici, riconducibili alle dimensioni di un post su Facebook. Anche quando a scriverlo è uno scienziato di chiara fama.

Battista Gardoncini

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