Il passato che ritorna

“Il passato non deve tornare” ha detto poche ora fa il presidente del consiglio Draghi abbracciando il leader della CGIL Maurizio Landini davanti alla Camera del Lavoro di Roma devastata dagli squadristi di Forza Nuova. Ma è tornato, e la differenza, come ci insegna la storia, la farà la capacità di reazione delle forze democratiche e delle istituzioni dello stato. Cento anni fa questa reazione non ci fu, e i risultati furono quelli noti a tutti.

Nella notte del 25 aprile 1921, a Torino, la sede della Camera del Lavoro di corso Siccardi 12, che oggi si chiama corso Galileo Ferraris, fu devastata e incendiata una prima volta da un gruppo di fascisti armati. Il pretesto fu la morte, avvenuta poche ore prima, del fascista Cesare Odone, che aveva affrontato con due camerati l’operaio comunista Giovanni Galbiati, e aveva avuto la peggio. Le fiamme danneggiarono il teatro dell’Alleanza Cooperativa, che aveva sede nell’edificio, Un primo mezzo dei vigili del fuoco non riuscì a intervenire perché fatto a segno di numerosi colpi di pistola da parte dei fascisti. Soltanto in un secondo momento un altro mezzo riuscì a circoscrivere l’incendio, ma intanto gli squadristi erano riusciti a penetrare negli uffici, ferendo gravemente un custode e  devastando i locali. Le guardie regie, che erano presenti, non mossero un dito per fermarli. Secondo quanto dichiararono i dirigenti sindacali,  entrarono nell’edificio soltanto qualche ora dopo, completando le devastazioni e saccheggiando le cantine, mentre nei giorni successivi furono arrestati numerosi operai che facevano parte del servizio d’ordine del sindacato. Le successive inchieste non approdarono a nulla, e nessun fascista fu incriminato.

Ma il peggio doveva ancora venire. La Camera del Lavoro venne attaccata una seconda volta il primo novembre del 1922, e una terza volta nelle tragiche notti del 18-20 dicembre 1922, in quella che passò alla storia come “la strage di Torino”. Anche in questo caso l’elemento scatenante fu la morte di due fascisti in uno scontro con l’operaio comunista Francesco Prato, che fu ferito, ma riuscì a fuggire e in seguito si rifugiò in Unione Sovietica. Gli squadristi, comandati dall’ex militare Piero Brandimarte, agirono in modo coordinato. Non soltanto incendiarono la Camera del Lavoro, il circolo anarchico dei ferrovieri, il circolo Carl Marx e la redazione dell’Ordine Nuovo, dove i redattori Viglongo, Montagnana e Pastore furono bastonati perché rivelassero dove si trovava Antonio Gramsci, ma si dettero a una vera e propria caccia all’uomo, che ufficialmente portò all’uccisione di 14 militanti di sinistra, tra i quali il segretario della Fiom Pietro Ferrero e il leader del ferrovieri Carlo Berruti, e al ferimento di altri 26.

Ma le vittime furono probabilmente di più. Brandimarte, che aveva agito dopo essersi consultato con il fascista monarchico Cesare Maria De Vecchi, bene introdotto negli ambienti industriali della città,  rivendicò così l’azione: “I nostri morti non si piangono, si vendicano. Noi possediamo l’elenco di oltre 3 000 nomi di sovversivi. Tra questi ne abbiamo scelti 24 e i loro nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia. E giustizia è stata fatta. I cadaveri mancanti saranno restituiti dal Po, seppure li restituirà, oppure si troveranno nei fossi, nei burroni o nelle macchie delle colline circostanti Torino”.

Anche in questo caso i fascisti rimasero impuniti. Due giorni dopo la strage il governo Mussolini emanò un decreto di amnistia per tutte le violenze compiute per un fine nazionale e per garantire l’ordine sociale. Brandimarte, arrestato dopo la fine della guerra, fu processato e condannato in primo grado a 26 anni carcere, ma in secondo grado ottenne una assoluzione per insufficienza di prove. Alla sua morte, nel 1971, un reparto della divisione Cremona comandato da un ufficiale rese onore alla salma.

I fatti di Torino non furono isolati. In tutta Italia, a partire dalla fine del 1919, gli atti di violenza fascista contro il movimento operaio e contadino, che nel biennio rosso aveva spaventato la borghesia italiana con la minaccia di “fare come in Russia”, si moltiplicarono. VI furono migliaia di vittime, e alla fine arrivarono la Marcia su Roma e il governo Mussolini, che – è bene ricordarlo – ottenne la fiducia della camera con 306 voti favorevoli, 116 contrari e 7 astensioni, mentre al senato i voti favorevoli furono 196 e i contrari 19. 

Oggi le condizioni sono certamente diverse, e lo squadrismo non ha dietro di sé il blocco sociale che gli consentì di prendere il potere. Ma sarebbe sbagliato sottovalutarlo. Il tempo della tolleranza è finito.

Battista Gardoncini

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