Il misterioso Affare Olivetti

“Se andate alla Fiat vedrete che la fabbrica è circondata da mura. Noi non avevamo mura”.

Mi aveva colpito nel 2019 l’uscita di questo libro della biografa americana oggi novantenne Meryle Secrest il cui chilometrico titolo originale – The Mysterious Affair at Olivetti: IBM, the CIA, and the Cold War Conspiracy to Shut Down Production of the World’s First Desktop Computer – prometteva chissà quali mirabolanti rivelazioni. Neanche un anno dopo è uscita l’edizione italiana per Rizzoli che mi sono affrettato a comprare, lasciare sedimentare sul comodino come faccio di solito e infine a leggere. Non dico di essere rimasto deluso dalla mole di informazioni che ne scaturiscono, in gran parte risapute se non già riportate nelle tante biografie su Adriano Olivetti. Il libro va oltre la figura del grande industriale e la storia della sua famiglia per delineare l’intera parabola dell’azienda di Ivrea che per poco non è diventata il primo player internazionale nel campo dei personal computer. Diciamo che forze esterne non hanno voluto che lo diventasse. Meryle Secrest ha svolto un lavoro certosino: non solo ha esaminato la sterminata bibliografia in varie lingue esistente sull’argomento ma per qualche tempo si è stabilita in Italia e ha incontrato e intervistato ogni membro della famiglia Olivetti ancora in vita (proprio oggi ho appreso che si è spento a 76 anni David, il figlio di Dino, il fratello ‘americano’ di Adriano Olivetti) nonché vari collaboratori, storici e testimoni dell’epoca. Certo c’è molto la famiglia in questa narrazione, ma l’autrice non cade nella tentazione di romanzarne la biografia. Si attiene ai fatti, cita  e rimanda alle Note per i testi consultati. Emerge fra tutti il romanzo autobiografico Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg, la cui sorella Paola fu la prima moglie di Adriano Olivetti. Ci si rende conto dell’importanza della famiglia nell’intera storia. Assicurava stabilità emotiva al gruppo ma avrebbe poi manifestato la sua debolezza per l’eccessiva frammentazione tra nonni e genitori, fratelli e sorelle, nipoti, cugini, mogli e mariti, e anche amanti. La diversità di vedute sulle prospettive dell’azienda è stata una delle cause della fine della Olivetti anche se certo non la principale. Arrivato a leggere oltre la metà del libro, mi sono chiesto dove fossero le rivelazioni che Secrest avrebbe fatto. L’autrice dissemina tutto il libro di piccoli indizi e accelera nei capitoli finali. Si capisce che fin dall’inizio la figura di Adriano – più che l’azienda Olivetti – è stata ‘monitorata’ a distanza dagli americani, preoccupati per le novità dirompenti in campo sociale che voleva trasmettere. A questo proposito fanno capolino più volte nella narrazione personaggi neppure troppo ambigui, in quanto ‘spioni’ dichiarati (leggasi agenti CIA), come James Jesus Angleton e Allen Welsh Dulles. Per approfondire questi due individui consiglio la lettura in parallelo di alcune pagine dell’inquietante Le menti del doppio Stato (2020) di Mario J. Cereghino e Giovanni Fasanella, dove i due, in particolare Angleton, sono ‘trattati’ a fondo.

La rivelazione per me più sconvolgente contenuta nel libro di Secrest riguarda la IBM. L’azienda americana ha collaborato con i nazisti attraverso una società acquisita in Germania, la Dehomag. Le famose schede perforate meccanografiche appena concepite da IBM sono servite per identificare e schedare con precisione le persone di ascendenza ebraica e per pianificare le deportazioni. Gli americani sapevano e si turavano il naso e la loro azienda prosperava. Il fondatore della International Business Machines, Thomas J Watson, scrive la Secrest, convinto che si trattasse di un’occasione straordinaria, in ottobre si era recato in Germania e aveva aumentato di un milione di dollari l’investimento dell’IBM nella controllata. Grazie al sistema messo a punto i nazisti avevano affinato il censimento dei tedeschi di origini ebraiche, passando da una stima che oscillava tra le duecentomila e le seicentomila persone a due milioni di individui. Si deve a un ricercatore americano, Edwin Black, se dopo oltre mezzo secolo è stato sollevato il velo su questa storia con il libro IBM and the Holocaust: The Strategic Alliance between Nazi Germany and America’s Most Powerful Corporation (2001). In Italia è stato pubblicato da Rizzoli nello stesso anno con il titolo L’IBM e l’olocausto. I rapporti fra il Terzo Reich e una grande azienda americana. Non so quanto successo abbia avuto ma oggi è introvabile (che la CIA li abbia comprati tutti?). Sono cresciuto a pane e elettronica negli anni Sessanta, i miei compagni di scuola dopo il diploma anelavano l’impiego all’IBM, più che alla nostrana Olivetti perché la consideravano più solida. Parecchi ci sono riusciti e di lì il paradosso: ragazzi che hanno avuto parte attiva nel movimento studentesco del 1968 si sono ritrovati a lavorare a loro insaputa (alcuni per una vita) in un’azienda che aveva contribuito alla ‘soluzione finale’. Con questi presupposti della IBM e con quanto raccontato da Cereghino e Fasanella sulla CIA, non stupisce che le due realtà americane abbiano utilizzato ogni mezzo per bloccare la corsa di Ivrea al personal computer. Fanno testo le morti eccellenti mai chiarite di Adriano Olivetti il 27 febbraio 1960 sul treno diretto in Svizzera (la miniserie televisiva RAI del 2013, peraltro molto citata da Meryle Secrest, non lascia spazio a dubbi circa le ‘interferenze ‘ della CIA) e del talentuoso ingegnere Mario Tchou che aveva sviluppato il primo cervellone Elea, morto l’anno dopo in uno strano incidente stradale sul cavalcavia della Milano-Torino che conduceva al casello di Santhià.

Monta la rabbia invece a leggere gli ultimi capitoli del libro perché, a parte gli intrighi internazionali di cui Olivetti è stata vittima, sono personaggi nostrani quelli che ne hanno determinato la fine, complice l’insipienza e la debolezza degli altri eredi nonostante la strenua resistenza di Roberto, il figlio di Adriano, che aveva capito in anticipo che i computer erano il futuro. Si fa in fretta a elencare i colpevoli di questo giallo, l’industria italiana nel suo complesso lontana anni luce dall’utopia di Comunità, il Gruppo di intervento, con Fiat e Pirelli in testa che dovevano dei favori agli americani, con Vittorio Valletta, Enrico Cuccia, Bruno Visentini che ha voluto la cessione della divisione elettronica alla General Electric. Fine. Niente più Silicon Valley eporediese. Dopo qualche decennio Ivrea è ancora lì che boccheggia e non sa che direzione prendere. Nonostante la nomina a Città Industriale del XX secolo patrimonio mondiale Unesco poco o nulla è stato fatto.

Ma torniamo al libro e al giallo in esso contenuto. Al termine delle fitte pagine di ringraziamenti, Meryle Secrest continua a porsi ancora degli interrogativi sulle questioni rimaste aperte. Come fu possibile tutto ciò? Chi fu coinvolto nella vicenda? Fu la sezione romana della CIA a progettare la caduta della Olivetti? Che ruolo svolse Gladio? E che parte giocò in questa storia la politica, mascherata da pressioni finanziarie? Spero che un giorno si riescano a trovare le risposte.

Riccardo Caldara

(dal blog www.riccardocaldara.net)

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