Il circo Barnum degli esperti

E’ il gran momento degli esperti. Li abbiamo visti in televisione, abbiamo letto le loro interviste sui giornali, abbiamo condiviso i loro interventi sui social.  Nei loro autorevoli pareri abbiamo cercato sicurezza e consolazione nei giorni incerti dell’emergenza, e ci aspettiamo indicazioni utili per la gestione del “dopo” che a quanto pare è imminente.  Ma più passa il tempo, più ci rendiamo conto che da loro non abbiamo avuto né sicurezze, né consolazioni, e che probabilmente non avremo neppure indicazioni utili. E questo per il banalissimo motivo che abbiamo troppi esperti o presunti tali,  e che sono troppo spesso in contraddizione tra di loro. 

I virologi sono ovviamente sulla cresta dell’onda. Da alcuni di loro, che il grande pubblico conosce poco perché sono chiusi nei laboratori per cercare di capire come combattere il virus, ci sarebbe molto da imparare, così come ci sarebbe molto da imparare da alcuni epidemiologi che studiano da anni le infezioni e i modi per contenerle. Se il grande pubblico e la politica avessero voglia di ascoltarli, e facessero qualche modesto sforzo per capirli, le cose forse andrebbero un po’ meglio. Ma di solito preferiscono ascoltare altri, quelli che i casi della vita e una parlantina sciolta hanno portato qualche volta in televisione e da lì  non si sono più mossi, distillando certezze senza curarsi del fatto che a volte fossero in contrasto con le cose dette nei giorni precedenti.  Per intenderci, quelli alla Burioni, che dopo aver tassativamente escluso la possibilità di un arrivo del virus in Italia è diventato un paladino della chiusura del paese a tempo indeterminato, ma non è escluso che tra poco, fiutata l’aria, cambi ancora idea. In fondo, che ci vuole? Le parole dette in televisione si dimenticano in fretta, e i post imbarazzanti si possono sempre cancellare. 

Ultimamente vanno per la maggiore  anche gli psicologi, i sociologi, i filosofi, gli economisti, perfino gli ingegneri con i loro modelli a volte astrusi e a volte fantasiosi, ma sempre e comunque in attesa di ulteriori conferme. E pazienza se le conferme non verranno. L’importante è che nel frattempo arrivino i titoli di giornale e le interviste in tv, perché  è da questo Circo Barnum di esperti che i tuttologi della informazione attingono a piene mani per confezionare i loro prodotti. Come dicevano gli imbonitori del tempo, “vengano signori, vengano. Più gente entra, più bestie si vedono“.

Così abbiamo saputo che abbiamo fatto male a commerciare con i cinesi, perché sono brutti sporchi e cattivi, e  forse il coronavirus è uscito da un loro laboratorio. Che forse il virus si è diffuso in Italia seguendo il percorso autostradale dei TIR,  e questo spiegherebbe perché il Sud sottosviluppato ha avuto meno morti della industriosa Lombardia.  Che forse i nostri dati sulla mortalità erano inizialmente falsati perché abbiamo fatto più tamponi degli altri paesi,  e che forse adesso moriamo di più perché ne facciamo troppo pochi.  Che forse con il caldo il virus sparirà, oppure no.  

L’elenco dei forse, già lungo, sta diventando lunghissimo e anche un po’ ridicolo con le previsioni sul futuro. Forse dovremo indossare sempre le mascherine, che sono fondamentali per prevenire i contagi, ma forse no, perché all’aperto non servono a niente. Forse riapriremo tutte le fabbriche, ma forse no, e in ogni caso lo faremo a scaglioni. Forse i nostri figli e i nostri nipoti torneranno a scuola, ma chissà quando. Quanto ai vecchi, usciranno di casa a ore fisse, in base all’età, e con un chilometraggio ancora da stabilire. Nei ristoranti dovremo essere molto disciplinati e rispettare le distanze di sicurezza. Ma sulle spiagge, dove  tutti sono un po’ birichini, c’è qualcuno che propone di installare pannelli di plexigass per obbligarci al rispetto delle regole. Nei negozi di abbigliamento — è notizia di poco fa — i capi dovranno essere imbustati. Di parrucchieri e calliste, per il momento non è dato sapere. Attendiamo  con ansia l’esperto che ci dica come fare.

Battista Gardoncini

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