I nostri Talebani

La statua di Montanelli è soltanto l’ultimo dei tantissimi argomenti idioti che appassionano la sinistra italiana, sempre alla ricerca di futili motivi per litigare e naturalmente dividersi. Non varrebbe neppure la pena di parlarne, se la stessa furia iconoclasta non fosse esplosa contemporaneamente in altre parti del mondo, e non avesse coinvolto anche monumenti di ben maggiore spessore storico e culturale, come quelli dedicati a Cristoforo Colombo in alcune città degli Stati Uniti, mentre in Europa  qualcuno sta pensando di regolare metaforicamente i conti con due personaggi in odore di razzismo come Gandhi  e Winston Churchill.

Quando si decide di mettere mano ai barattoli di vernice si sa come si comincia, ma non si sa dove e quando si finisce, come ci insegna la storia dei  Buddha di Bamiyan. Avevano 1800 anni, erano alti decine di metri ed erano stati scavati direttamente nella roccia, ma nel 2001, dopo la matura riflessione  di una commissione di saggi, i Talebani misero mano agli esplosivi e li distrussero perché “erano stati usati in passato come idoli dagli infedeli e potevano tornare ad esserlo in futuro”. Il documento dei saggi si concludeva con la frase “solo Allah l’Onnipotente merita di essere adorato, e niente o nessun altro”, che nella sua insensatezza aveva se non altro il pregio di fare riferimento a una tradizione religiosa consolidata, mentre gli iconoclasti occidentali hanno alle spalle non la storia, ma soltanto le prescrizioni del politicamente corretto, che per loro natura variano  nel corso del tempo, delle circostanze e dei luoghi. 

Montanelli è stato un grande giornalista, uno storico un po’ meno grande, un fondatore di giornali, e una vittima del terrorismo rosso. Era certamente un uomo di destra – e tale è rimasto anche quando si è schierato contro Berlusconi – ma questa, fino a prova contraria, non è una colpa, e la decisione del sindaco di Milano Albertini di dedicargli una statua, peraltro orrenda, aveva una sua giustificazione. Così i nostri artisti della vernice, per attaccarlo, hanno riesumato la storia di Destà, la dodicenne eritrea che aveva acquistato per farne la  sua “madama” quando era un giovane ufficiale nell’Africa coloniale italiana. Con i criteri di oggi, a tutti gli effetti uno stupro legalizzato. Con quelli di allora, una pratica diffusa e accettata da una società che considerava le donne semplici oggetti. Senza spingersi fino all’Africa, basterebbe pensare a quello che accadeva fino a non molti anni fa in alcune famiglie patriarcali italiane alle figlie femmine.

Forse Montanelli avrebbe potuto evitare di raccontare con tono leggero la cosa in una trasmissione televisiva del 1969. Ma era un uomo del suo tempo. Esattamente come era un uomo del suo tempo  l’illuminista Thomas Jefferson, uno degli autori della dichiarazione di indipendenza del 4 luglio 1776 e terzo presidente degli Stati Uniti, fautore di uno stato laico e liberale basato su una idea di uguaglianza. Ma anche proprietario di schiavi, che nel suo testamento dispose di vendere per pagare i debiti, mentre con una di loro, Sally Hemings, ebbe una relazione e dei figli. Va da sé che anche su Jefferson i fautori del politicamente scorretto si stanno scatenando. E’ solo questione di tempo prima che qualcuno proponga di dipingere di rosso o di buttare giù con la dinamite il suo volto  scolpito nel granito del Monte Rushmore.

Battista Gardoncini

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