I Giusti della Val d’Ala

In occasione della Giornata della Memoria, riprendiamo dalla pagina Facebook del nostro amico Gianni Castagneri, sindaco di Balme, giornalista e storico delle Valli di Lanzo, questa ricostruzione della presenza ebraica nelle valli durante la guerra, e dell’appoggio che le popolazioni locali fornirono ai rifugiati, salvandoli dalle persecuzioni.

Il 25 aprile del 1999 a Ceres venne inaugurata una lapide, installata sulla facciata del municipio a cura della Comunità Ebraica italiana, che rievocava la funzione ricoperta dalle popolazioni valligiane a protezione dei perseguitati razziali. La lastra, e la pergamena consegnata ad ogni comune, riporta la scritta: “Ricorda! (in ebraico) Durante le tragiche vicende degli anni 1943-1945, in queste valli trovarono rifugio e rinnovata speranza centinaia di ebrei braccati dalla ferocia nazi-fascista. I valligiani con silenzioso eroismo diedero loro protezione e assistenza salvandoli da sorte orrenda nei campi di sterminio. La Comunità Ebraica italiana esprime perpetua riconoscenza, testimoniando che il coraggio e l’amore possono vincere anche la più spietata e criminale violenza”.Come spesso accade per le esperienze positive, per tanti anni i fatti evidenziati sommariamente sulla stele, erano rimasti nascosti nelle pieghe stropicciate della storia e della memoria locale. Poco tempo dopo, un’anziana signora consegnò al sottoscritto, insieme ad un attestato di gratitudine rivolto ai comuni di Ala e Balme, la copia fotografica di un documento d’identità contraffatto, rilasciatole il 15 aprile 1944 dal Commissario Prefettizio di Balme. La signora Laura Colombo, all’epoca giovane maestra, raccontò: «Il 10 aprile Alessandria era stata bombardata e potevo fingere di aver perso tutto ciò che possedevo. Le mie carte precedenti furono bruciate perché mio padre era stato arrestato a Torino e temevamo che la polizia fosse sulle nostre tracce. Restammo a Balme fino alla liberazione. L’originale del documento è ora allo Iad Vascem, Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme, in Israele». Il documento falsificato che trasformava il cognome Colombo in Caligaris, era firmato da Antonio Dematteis, Commissario Prefettizio in carica in quei problematici frangenti quando, presagendo l’ormai prossimo epilogo, Balme aveva rinunciato ad avvalersi di un podestà. Già nel giugno del ’43, in risposta ad una dettagliata missiva del questore di Torino che richiedeva inequivocabili informazioni circa la presenza di residenti di razza ebraica e, nel caso, quali fossero le loro tendenze religiose e politiche, il commissario balmese rispondeva sinteticamente a stretto giro: «Nel Comune non vi sono ebrei residenti». Laura Colombo e la mamma Rita Falco intanto, dal dicembre del ’43 avevano ottenuto un alloggio sicuro in una grande casa dei Cornetti, un ex albergo di proprietà di Antonio Castagneri Bucalìn nel quale, come raccontò anni dopo il figlio Pancrazio, trovavano ospitalità di tanto in tanto anche partigiani e dove talvolta, facevano irruzione tedeschi e repubblichini. Non ebbe la stessa fortuna il fratello di Laura, Cesare, più volte arrestato per il suo attivismo politico e confinato a Ponza e a Ventotene e in seguito partecipante alla Resistenza. E soprattutto il padre settantatreenne Eugenio, arrestato a Torino il 12 maggio del ’44, passato per il campo di Fossoli e inghiottito nel lager di Auschwitz dove fu ucciso il giorno stesso del suo arrivo, il 30 giugno. Negli anni in cui la consegna di un ebreo valeva un capitale di cinquemila lire (circa 4500 euro attuali) e un chilo di sale, nessuno denunciò le due donne e nemmeno le centinaia di persone che trovandosi in circostanze analoghe si rifugiarono nelle valli: «La povertà di quei montanari – ricordò Laura Colombo – era sconfinata come la bontà dei loro cuori». Per capire le ragioni della scelta di molti israeliti di rifugiarsi nelle Valli di Lanzo, occorre tornare al periodo precedente l’emanazione delle leggi antisemite. Molte famiglie ebraiche infatti, frequentavano da tempo per villeggiatura le località valligiane, fruendo degli alberghi esistenti e acquistando o edificando eleganti ville signorili. Su di un grande masso di pietra ollare del Roc dou Tchapèl, sulla sinistra orografica della valle, tra Ceres ed Ala di Stura, come riporta Francesco Rubat Borel (Ala di Stura, località Laietto. Masso inciso con iscrizione in ebraico, Quaderni di Archeologica del Piemonte n. 4 – 2020, in corso di stampa), si trova inciso in ebraico il verso dei Salmi, 118, 26 (117, 26 nella Vulgata, in traduzione “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”). Una seconda iscrizione in ebraico è presente su un masso a circa 1600 m s.l.m., a monte dell’alpeggio Laietto, sopra Mondrone. Nell’iscrizione, si legge רחמים raḥamim, l’attributo divino della misericordia, della compassione. È ipotizzabile che l’autore (o gli autori) delle due iscrizioni in ebraico sia stato uno dei tanti villeggianti delle comunità ebraiche torinese e piemontesi che venivano in villeggiatura nelle Valli.Nel registro delle tasse di soggiorno riscosse dal comune di Balme nel 1922, riferite all’unico elenco nominativo reperibile di quegli anni nell’archivio storico comunale, compaiono gli appellativi degli individui alloggiati nelle abitazioni del luogo. A luglio sono trascritti quelli della famiglia di Segre Amar Leonello, Margherita, Ida, Sion, di Levi Ernesta, di Anna e Orsola Ottolenghi, di Davide Levi di condizione “agiata”, della famiglia del commerciante Attilio Lattes, con la moglie e i tre figli. Sappiamo però che anche in una casa in cima al capoluogo di Balme, nei pressi dell’albergo Camussòt, attorno alla fine degli anni Venti villeggiavano i facoltosi componenti della famiglia Levi Montalcini, ebrei sefarditi nati e residenti a Torino. Il capofamiglia Adamo Levi, ingegnere matematico e imprenditore di successo, occupava prima della guerra mille operai in una grande fabbrica di ghiaccio e di distillazione dell’alcool dalle carrube. Con lui salivano a Balme la moglie Adele Montalcini, il figlio Luigi (Gino), in seguito affermato scultore e architetto, le sorelle Anna, Paola, pittrice che presto si distinguerà entrando nell’atelier di Felice Casorati, e Rita, propensa a seguire le inclinazioni scientifiche che la porteranno nel 1986 al conseguimento del Nobel per la medicina.A differenza della popolazione di media e bassa valle dov’era più cospicua la presenza operaia e socialista, quella residente nell’alta valle era tendenzialmente più conservatrice, traendo qualche beneficio dalla promozione che il regime prodigava a vantaggio del turismo e soprattutto delle manifestazioni sportive, sia pure inquadrate nelle organizzazioni di partito. Tra l’altro in quegli anni venne costruito il municipio e soprattutto si iniziarono i lavori, attesi da decenni, per la realizzazione dell’edificio scolastico e del cimitero. Anche per questo alle elezioni politiche plebiscitarie del 24 marzo 1929, con un sistema che aveva di fatto un effetto inibitorio verso l’elettore, degli 87 balmesi aventi diritto, escludendo quindi le donne e le classi più disagiate, in 71 parteciparono alla votazione, esprimendo 70 voti a favore del listone fascista. Un solo elettore ebbe il coraggio di vergare il suo voto contrario, proporzione peraltro in linea con i risultati nazionali. Nel marzo 1934, messo in allarme dall’arresto di Leone Ginzburg che morirà in carcere a seguito delle vessazioni subite e di altri ebrei antifascisti, Renzo Giua, esponente del movimento Giustizia e Libertà che frequentava e condivideva gli ideali della stessa compagnia, si allontanò da Torino raggiungendo Balme. Figlio di Michele, professore del politecnico che l’anno prima aveva rinunciato all’insegnamento rifiutando l’adesione al Partito Fascista, conosceva bene l’alta val d’Ala per pregresse frequentazioni sciistiche. Qui decise di espatriare in Francia, avventurandosi tra le montagne e varcando il colle dell’Autaret: un’impresa ardita che gli riuscì grazie alla padronanza degli sci e alla resistenza fisica. In Francia, lo raccolsero stremato. Con l’emanazione delle leggi razziali del 1938, per gli ebrei iniziava la persecuzione. Torino ne contava all’epoca circa 4 mila. Come nella Germania nazista si vietò loro di frequentare scuole e università, di sposare cittadini di “razza ariana”, di possedere aziende ed immobili oltre ristretti limiti, di prestare servizio nella pubblica amministrazione civile e militare, di essere iscritti a gran parte degli albi professionali ed esercitare per clienti che non fossero ebrei. Dalle imposizioni di carattere economico – solo da quelle – erano esentati soltanto gli ebrei “discriminati”, cioè coloro i quali potevano vantare meriti particolari verso la patria o verso il regime. L’obiettivo dichiarato dal regime era di cancellare la pretesa influenza “giudaica”, peraltro largamente sopravvalutata, sulla vita economica del Paese.A causa di questa difficile condizione, come riportano Bruno Guglielmotto Ravet e Marino Periotto nel fondamentale volume “Dalla villeggiatura alla clandestinità – Presenze ebraiche nelle Valli di Lanzo tra metà Ottocento e seconda guerra mondiale”, pubblicato dalla Società Storica delle Valli di Lanzo, parecchi israeliti torinesi cominciarono a guardare con fiducia alle Valli di Lanzo dove non faticarono a trovare rifugio e solidarietà.Con lo scoppio della guerra le Valli, inizialmente coinvolte nei brevi scontri con la Francia, sembrarono godere di una relativa tranquillità mentre il conflitto dilagava altrove. Forse anche per questo vennero scelte come set cinematografico per la realizzazione di alcuni film. Nel luglio 1941 giunse a Balme una squadra per realizzare gli esterni del lungometraggio “Il vetturale del San Gottardo”. Ivo Illuminati, protagonista del cinema muto e capo tecnico dell’Istituto Luce affiancava l’attore e regista tedesco di origini ebraiche Hans Hinrich, sfuggito alla deportazione dopo essere stato espulso qualche anno prima dalla Germania. Hinrich, abbinato ad altri registi, dirigerà in Italia diverse opere senza poterle però firmare per ragioni razziali.Intanto molte famiglie di origine semita, alloggiate in case di proprietà o in abitazioni concesse dai valligiani, grazie alla creazione di una rete di sopravvivenza avvalorata da rapporti di stima con la popolazione locale, cominciarono a trascorrere in montagna periodi sempre più lunghi, fenomeno che si amplificò dal novembre 1943 e proseguì fino alla Liberazione, periodo durante il quale la situazione si aggravò di molto. Secondo le nuove norme approvate dalla Repubblica Sociale Italiana (RSI) e messe in opera in collaborazione con i nazisti occupanti, tutti gli ebrei, senza eccezione, dovevano essere espropriati di tutto, nel quadro della politica di annientamento che avrebbe dovuto condurli alla morte nei campi di sterminio. Alcuni nuclei famigliari, avvalendosi di guide alpine locali, come i componenti della famiglia Ferro Famil Vulpòt, di Domenico Peracchione Pigrissia e molti altri, furono accompagnati attraverso i colli per raggiungere i territori liberati. Un ruolo di spicco l’ebbe il ceresino Attilio Francesetti detto Tiliu, che scortò almeno un centinaio di ebrei dall’albergo Curat di Ceres, dov’erano attivi il vicario, monsignor Filippello e il veterinario Portigliatti, a Forno Alpi Graie e, attraverso il col Girard (m. 3.050), al sicuro, oltre il confine. Nonostante i continui rastrellamenti, grazie anche alla protezione di medici, sacerdoti, funzionari, insegnanti, carabinieri, nessuno di loro venne denunciato.Quella che è stata definita una villeggiatura forzata, che andava ad incrementare le presenze anche ai più problematici periodi invernali, freddi e nevosi, di fatto si trovò a spartire con i montanari ansie e sacrifici. La popolazione locale, in quegli anni ancora discretamente numerosa e prevalentemente dedita alle attività agricole e a quelle legate al turismo (numerosi erano gli alberghi e i negozi) offerse senza esitazioni, forse anche per un’atavica diffidenza nei confronti delle scelte del potere costituito e non sempre senza tornaconto, il proprio appoggio ai numerosi rifugiati tra i quali si celavano le famiglie perseguitate. Questi signori, li sgnoùri, così identificati per l’elevata estrazione sociale, i modi raffinati e talora per la disponibilità economica, localmente assimilati agli altri sfollati vissero in relativa sicurezza quel difficile periodo, trovando comunque una protezione che significava aver salva la vita. Per molti di loro, che già frequentavano le valli per diletto, fu una scelta naturale quella di stabilirsi in montagna, ritenuta più sicura e dove già vigevano consolidati livelli di integrazione e comprovate relazioni sociali. A Martassina, piccola frazione di Ala di Stura, tra il ’43 e la fine della guerra furono circa 60 gli sfollati ebrei sui 110 abitanti complessivi. Ad Ala molte famiglie, oltreché in abitazioni private, erano ospitate presso il Caffè d’Ala, gestito dalla famiglia Marzano. Grazie ad un condiviso senso comunitario, si mantenne un equilibrio fragilissimo che avrebbe potuto essere facilmente infranto, provocando in tal caso ritorsioni che avrebbero avuto effetti gravissimi per tutti.La necessità di superare indenni i difficili frangenti imposti dalla guerra, portò anche all’attivazione di insolite collaborazioni. Come quella che vide i fratelli balmesi Giovanni (Giuanìn) e Orsola (Lina) Castagneri Barbounàt aggregarsi alle formazioni di Giulio Bolaffi (comandante “Laghi”), commerciante filatelico torinese di origini ebraiche che a Mondrone, frazione di Ala, possedeva una graziosa villa dove trovarono inizialmente protezione i suoi figli e l’istitutrice Gabriella Foà (poi trasferiti in val Grande), la sorella Sandra con il marito Giulio Artom, industriale tessile e i loro due figli Guido e Franco. Quest’ultima famiglia, dopo un periodo trascorso in valle, espatrierà in Svizzera. I due balmesi invece seguiranno Bolaffi in Val di Susa, dove saranno impiegati in delicati incarichi di responsabilità nel gruppo “Stellina”, da cui nascerà la IV Divisione Giustizia e Libertà, mentre villa Enrica diverrà la sede del comando della II Divisione Garibaldi.Giovani ebrei trovarono invece un naturale alleato nei partigiani che si organizzavano in valle. Enrico Avigdor, Aldo e Bruno Fernex, Adele Foà, Enrico Loewenthal (cugino di Laura Colombo), Aldo e Pia Luzzatto, Sergio Segre, Carlo Treves e Franco Valabrega, si unirono all’11ª Brigata “Torino”.A Ceres la coraggiosa famiglia cattolica di Angelo Tettamanzi e della moglie Maria, sfollata a Voragno, ospitava persone a rischio e procurava loro documenti falsi: tessere annonarie, carte di identità, tesserini bilingue di lavoro e addirittura giuramenti di fedeltà alla repubblica di Salò. Alla fine di settembre del 1944 fu il medico israelita di origini ungheresi Simone Teich Alasia a transitare per Balme. A Richiardi (Groscavallo) aveva organizzato un funzionale ospedaletto ma gli intensi rastrellamenti avevano costretto i partigiani a riversarsi in Francia, dove l’accoglienza non era stata delle migliori. Dopo qualche giorno rientrarono quindi in val di Viù e Teich Alasia, attraverso il colle Paschièt, raggiunse i comandanti Pino Casana e Battista Gardoncini nascosti in una baita. Venne quindi indirizzato all’albergo Camussòt per rifocillarsi: «Qui la lauta cena, consistente in due fette di polenta riscaldate sulla griglia, ma ero felice al pensiero che finalmente avrei potuto togliermi i vestiti e dormire in un letto. Invece ebbi appena tempo di sfilarmi le scarpe che il padrone dell’albergo arrivò trafelato e annunciò a me e al mio aiutante che le brigate nere stavano avvicinandosi a Balme. Avemmo appena il tempo di salire su per la montagna e di rifugiarci, poiché aveva ricominciato a piovere, sotto un grande lastrone di pietra, dove trascorremmo la notte. All’alba ci incamminammo per raggiungere Pialpetta. Vedemmo in lontananza le formazioni fasciste che, malauguratamente e certo per qualche delazione, sarebbero arrivate di sorpresa alla grangia, dove si era rifugiato tutto il comando delle tre vallate di Lanzo. Tutti i partigiani del Comando furono catturati». Gardoncini e Casana verranno fucilati nelle successive settimane in via Cibrario a Torino. Per essere scampato fortuitamente ad analoga sorte, in una videointervista Teich Alasia, che dopo la guerra contribuirà alla nascita dell’Ospedale traumatologico (CTO) di Torino, progettando e dirigendo il Centro grandi ustionati, ricorderà: «Balme per me è stato un inizio della vita. Ho potuto ricominciare. Lì è cominciata la mia vita». A metà dicembre del ’44 i partigiani Enrico Loewenthal (che solo qualche anno prima proprio a Balme aveva vissuto qualche disavventura per aver confidato ad una guida locale i propri sentimenti antifascisti e i suoi dubbi sulla durata del regime) ed Enrico Avigdor, indirizzati dal loro comandante Bruno Tuscano, si affidano all’esperienza dei balmesi Pancrazio Castagneri e Giuseppe Boggiatto per farsi condurre in Francia attraverso i colli innevati. Una rara immagine di quei tempi quando difficilmente si scattavano fotografie, li ritrae in Val d’Isère, dove stabilirono il primo collegamento tra le formazioni partigiane delle Valli di Lanzo e Susa e le truppe anglo-americane avanzanti in Francia. Qualche giorno dopo, con temperature di trenta gradi sottozero, rientrarono per il colle d’Arnàs (3211 m.).In tutti quei difficili momenti nei quali l’originario consenso per il fascismo andava velocemente scemando, l’organizzazione degli ebrei poteva contare su una fitta rete di sostenitori, dai Commissari Prefettizi di Ala e Balme, Giuseppe Giannelli (il figlio Celestino era commissario politico della divisione “C” di Giustizia e Libertà) e Antonio Dematteis (Tòni ad Limoùn), dal segretario comunale Domenico Magoia al coordinamento offerto dall’avvocato Massimo Ottolenghi, che operava col nome di copertura “Bubi”. Quest’ultimo fu investito di compiti di alto livello nell’espletamento di contatti fra comandi militari, formazioni partigiane e istituzioni locali, sia nelle Valli di Lanzo, sia fra le valli e Torino adoperandosi efficacemente e con frequente grave rischio personale anche per proteggere combattenti, sfollati, ebrei e popolazione civile da arresti, rastrellamenti e rappresaglie. Qualche anno fa, insieme alle sue preziose testimonianze e alcune fotografie, volle donare all’ecomuseo delle Guide Alpine di Balme alcuni francobolli utilizzati dal CLN e lo stendardo della formazione Giustizia e Libertà.Il dottor Emanuele Luria, già alto funzionario dell’Intendenza di Finanza di Torino la cui famiglia era ospitata a Mondrone, durante il periodo della cosiddetta “zona libera”, sorta di piccola repubblica partigiana, gestì la riscossione di tasse e imposte, necessarie a garantire gli stipendi ai dipendenti comunali, alle persone prive di mezzi e al sostentamento delle forze combattenti partigiane.Pia Luzzatto, che trovò salvezza in Val d’Ala, in una sua relazione fece notare come la popolazione locale soccorresse in ogni modo possibile, ospitandoli, fornendo viveri, aiutando a nasconderli, ebrei e partigiani. Ricorda in particolare l’episodio delle esequie a Martassina di Aldo Fernex, quando il parroco di Balme don Lorenzo Guglielmotto «si mise in tasca il libro di preghiere ebraiche e precedette il mesto carico per evitare, se si fossero trovati gruppi fascisti (nel 1945 la valle era presidiata dai militi della Monterosa) che il funerale fosse turbato». Ricorda ancora come «gli abitanti di Mondrone, di Ala, di Balme, si prodigavano in ogni modo per salvare i partigiani, senza fare distinzione tra ebrei, cattolici, inglesi, russi, famiglie o singoli, che facevano tutti baluardo contro la prepotenza, la cattiveria, la ferocia nazi-fasciste». Qualche anno fa il Comitato Resistenza Colle del Lys, in collaborazione con il CAI realizzò un progetto intitolato “I giusti della montagna” che, oltre alla pubblicazione di un volumetto con alcuni itinerari, prevedeva la posa di pannelli informativi in luoghi ritenuti significativi per il carico di memoria che trasmettono. Le parole che introducono la meritevole iniziativa non lasciano spazio a futili interpretazioni: “Duecento ebrei riuscirono a salvarsi grazie all’aiuto di chi viveva nelle valli di Lanzo. Non un ebreo fu catturato, nonostante i frequentissimi rastrellamenti e l’occupazione degli ultimi mesi di guerra, nonostante l’appartenenza di padri, figli e figlie alle formazioni partigiane. Non uno perché il profondo sentimento comune si ribellava al crimine orrendo di chi negava il loro diritto d’esistere”. Addirittura, secondo quanto dichiarò Laura Colombo, tenendo conto anche di quanti transitarono o sostarono per breve tempo in zona in attesa di poter valicare le montagne, furono complessivamente circa 600 gli ebrei che riuscirono a salvarsi nelle Valli di Lanzo. Un numero davvero considerevole, specialmente se comparato alla popolazione residente e alla risaputa carenza di risorse di terre morfologicamente e climaticamente difficili, segnate dalla povertà e dannate dall’emigrazione. E così, le parole del canto ebraico “Gam Gam”, adattamento del Salmo 23,1-6, possono costituire un metaforico compendio alle vicende sommariamente enunciate in queste pagine: ”Anche se andassi nella valle oscura non temerei alcun male, perché Tu sei sempre con me. Perché Tu sei il mio bastone, il mio supporto. Con Te io mi sento tranquillo”.

Il 25 aprile del 1999 a Ceres venne inaugurata una lapide, installata sulla facciata del municipio a cura della Comunità Ebraica italiana, che rievocava la funzione ricoperta dalle popolazioni valligiane a protezione dei perseguitati razziali. La lastra, e la pergamena consegnata ad ogni comune, riporta la scritta: “Ricorda! (in ebraico) Durante le tragiche vicende degli anni 1943-1945, in queste valli trovarono rifugio e rinnovata speranza centinaia di ebrei braccati dalla ferocia nazi-fascista. I valligiani con silenzioso eroismo diedero loro protezione e assistenza salvandoli da sorte orrenda nei campi di sterminio. La Comunità Ebraica italiana esprime perpetua riconoscenza, testimoniando che il coraggio e l’amore possono vincere anche la più spietata e criminale violenza”.Come spesso accade per le esperienze positive, per tanti anni i fatti evidenziati sommariamente sulla stele, erano rimasti nascosti nelle pieghe stropicciate della storia e della memoria locale. Poco tempo dopo, un’anziana signora consegnò al sottoscritto, insieme ad un attestato di gratitudine rivolto ai comuni di Ala e Balme, la copia fotografica di un documento d’identità contraffatto, rilasciatole il 15 aprile 1944 dal Commissario Prefettizio di Balme. La signora Laura Colombo, all’epoca giovane maestra, raccontò: «Il 10 aprile Alessandria era stata bombardata e potevo fingere di aver perso tutto ciò che possedevo. Le mie carte precedenti furono bruciate perché mio padre era stato arrestato a Torino e temevamo che la polizia fosse sulle nostre tracce. Restammo a Balme fino alla liberazione. L’originale del documento è ora allo Iad Vascem, Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme, in Israele». Il documento falsificato che trasformava il cognome Colombo in Caligaris, era firmato da Antonio Dematteis, Commissario Prefettizio in carica in quei problematici frangenti quando, presagendo l’ormai prossimo epilogo, Balme aveva rinunciato ad avvalersi di un podestà. Già nel giugno del ’43, in risposta ad una dettagliata missiva del questore di Torino che richiedeva inequivocabili informazioni circa la presenza di residenti di razza ebraica e, nel caso, quali fossero le loro tendenze religiose e politiche, il commissario balmese rispondeva sinteticamente a stretto giro: «Nel Comune non vi sono ebrei residenti». Laura Colombo e la mamma Rita Falco intanto, dal dicembre del ’43 avevano ottenuto un alloggio sicuro in una grande casa dei Cornetti, un ex albergo di proprietà di Antonio Castagneri Bucalìn nel quale, come raccontò anni dopo il figlio Pancrazio, trovavano ospitalità di tanto in tanto anche partigiani e dove talvolta, facevano irruzione tedeschi e repubblichini. Non ebbe la stessa fortuna il fratello di Laura, Cesare, più volte arrestato per il suo attivismo politico e confinato a Ponza e a Ventotene e in seguito partecipante alla Resistenza. E soprattutto il padre settantatreenne Eugenio, arrestato a Torino il 12 maggio del ’44, passato per il campo di Fossoli e inghiottito nel lager di Auschwitz dove fu ucciso il giorno stesso del suo arrivo, il 30 giugno. Negli anni in cui la consegna di un ebreo valeva un capitale di cinquemila lire (circa 4500 euro attuali) e un chilo di sale, nessuno denunciò le due donne e nemmeno le centinaia di persone che trovandosi in circostanze analoghe si rifugiarono nelle valli: «La povertà di quei montanari – ricordò Laura Colombo – era sconfinata come la bontà dei loro cuori». Per capire le ragioni della scelta di molti israeliti di rifugiarsi nelle Valli di Lanzo, occorre tornare al periodo precedente l’emanazione delle leggi antisemite. Molte famiglie ebraiche infatti, frequentavano da tempo per villeggiatura le località valligiane, fruendo degli alberghi esistenti e acquistando o edificando eleganti ville signorili. Su di un grande masso di pietra ollare del Roc dou Tchapèl, sulla sinistra orografica della valle, tra Ceres ed Ala di Stura, come riporta Francesco Rubat Borel (Ala di Stura, località Laietto. Masso inciso con iscrizione in ebraico, Quaderni di Archeologica del Piemonte n. 4 – 2020, in corso di stampa), si trova inciso in ebraico il verso dei Salmi, 118, 26 (117, 26 nella Vulgata, in traduzione “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”). Una seconda iscrizione in ebraico è presente su un masso a circa 1600 m s.l.m., a monte dell’alpeggio Laietto, sopra Mondrone. Nell’iscrizione, si legge רחמים raḥamim, l’attributo divino della misericordia, della compassione. È ipotizzabile che l’autore (o gli autori) delle due iscrizioni in ebraico sia stato uno dei tanti villeggianti delle comunità ebraiche torinese e piemontesi che venivano in villeggiatura nelle Valli.Nel registro delle tasse di soggiorno riscosse dal comune di Balme nel 1922, riferite all’unico elenco nominativo reperibile di quegli anni nell’archivio storico comunale, compaiono gli appellativi degli individui alloggiati nelle abitazioni del luogo. A luglio sono trascritti quelli della famiglia di Segre Amar Leonello, Margherita, Ida, Sion, di Levi Ernesta, di Anna e Orsola Ottolenghi, di Davide Levi di condizione “agiata”, della famiglia del commerciante Attilio Lattes, con la moglie e i tre figli. Sappiamo però che anche in una casa in cima al capoluogo di Balme, nei pressi dell’albergo Camussòt, attorno alla fine degli anni Venti villeggiavano i facoltosi componenti della famiglia Levi Montalcini, ebrei sefarditi nati e residenti a Torino. Il capofamiglia Adamo Levi, ingegnere matematico e imprenditore di successo, occupava prima della guerra mille operai in una grande fabbrica di ghiaccio e di distillazione dell’alcool dalle carrube. Con lui salivano a Balme la moglie Adele Montalcini, il figlio Luigi (Gino), in seguito affermato scultore e architetto, le sorelle Anna, Paola, pittrice che presto si distinguerà entrando nell’atelier di Felice Casorati, e Rita, propensa a seguire le inclinazioni scientifiche che la porteranno nel 1986 al conseguimento del Nobel per la medicina.A differenza della popolazione di media e bassa valle dov’era più cospicua la presenza operaia e socialista, quella residente nell’alta valle era tendenzialmente più conservatrice, traendo qualche beneficio dalla promozione che il regime prodigava a vantaggio del turismo e soprattutto delle manifestazioni sportive, sia pure inquadrate nelle organizzazioni di partito. Tra l’altro in quegli anni venne costruito il municipio e soprattutto si iniziarono i lavori, attesi da decenni, per la realizzazione dell’edificio scolastico e del cimitero. Anche per questo alle elezioni politiche plebiscitarie del 24 marzo 1929, con un sistema che aveva di fatto un effetto inibitorio verso l’elettore, degli 87 balmesi aventi diritto, escludendo quindi le donne e le classi più disagiate, in 71 parteciparono alla votazione, esprimendo 70 voti a favore del listone fascista. Un solo elettore ebbe il coraggio di vergare il suo voto contrario, proporzione peraltro in linea con i risultati nazionali. Nel marzo 1934, messo in allarme dall’arresto di Leone Ginzburg che morirà in carcere a seguito delle vessazioni subite e di altri ebrei antifascisti, Renzo Giua, esponente del movimento Giustizia e Libertà che frequentava e condivideva gli ideali della stessa compagnia, si allontanò da Torino raggiungendo Balme. Figlio di Michele, professore del politecnico che l’anno prima aveva rinunciato all’insegnamento rifiutando l’adesione al Partito Fascista, conosceva bene l’alta val d’Ala per pregresse frequentazioni sciistiche. Qui decise di espatriare in Francia, avventurandosi tra le montagne e varcando il colle dell’Autaret: un’impresa ardita che gli riuscì grazie alla padronanza degli sci e alla resistenza fisica. In Francia, lo raccolsero stremato. Con l’emanazione delle leggi razziali del 1938, per gli ebrei iniziava la persecuzione. Torino ne contava all’epoca circa 4 mila. Come nella Germania nazista si vietò loro di frequentare scuole e università, di sposare cittadini di “razza ariana”, di possedere aziende ed immobili oltre ristretti limiti, di prestare servizio nella pubblica amministrazione civile e militare, di essere iscritti a gran parte degli albi professionali ed esercitare per clienti che non fossero ebrei. Dalle imposizioni di carattere economico – solo da quelle – erano esentati soltanto gli ebrei “discriminati”, cioè coloro i quali potevano vantare meriti particolari verso la patria o verso il regime. L’obiettivo dichiarato dal regime era di cancellare la pretesa influenza “giudaica”, peraltro largamente sopravvalutata, sulla vita economica del Paese.A causa di questa difficile condizione, come riportano Bruno Guglielmotto Ravet e Marino Periotto nel fondamentale volume “Dalla villeggiatura alla clandestinità – Presenze ebraiche nelle Valli di Lanzo tra metà Ottocento e seconda guerra mondiale”, pubblicato dalla Società Storica delle Valli di Lanzo, parecchi israeliti torinesi cominciarono a guardare con fiducia alle Valli di Lanzo dove non faticarono a trovare rifugio e solidarietà.Con lo scoppio della guerra le Valli, inizialmente coinvolte nei brevi scontri con la Francia, sembrarono godere di una relativa tranquillità mentre il conflitto dilagava altrove. Forse anche per questo vennero scelte come set cinematografico per la realizzazione di alcuni film. Nel luglio 1941 giunse a Balme una squadra per realizzare gli esterni del lungometraggio “Il vetturale del San Gottardo”. Ivo Illuminati, protagonista del cinema muto e capo tecnico dell’Istituto Luce affiancava l’attore e regista tedesco di origini ebraiche Hans Hinrich, sfuggito alla deportazione dopo essere stato espulso qualche anno prima dalla Germania. Hinrich, abbinato ad altri registi, dirigerà in Italia diverse opere senza poterle però firmare per ragioni razziali.Intanto molte famiglie di origine semita, alloggiate in case di proprietà o in abitazioni concesse dai valligiani, grazie alla creazione di una rete di sopravvivenza avvalorata da rapporti di stima con la popolazione locale, cominciarono a trascorrere in montagna periodi sempre più lunghi, fenomeno che si amplificò dal novembre 1943 e proseguì fino alla Liberazione, periodo durante il quale la situazione si aggravò di molto. Secondo le nuove norme approvate dalla Repubblica Sociale Italiana (RSI) e messe in opera in collaborazione con i nazisti occupanti, tutti gli ebrei, senza eccezione, dovevano essere espropriati di tutto, nel quadro della politica di annientamento che avrebbe dovuto condurli alla morte nei campi di sterminio. Alcuni nuclei famigliari, avvalendosi di guide alpine locali, come i componenti della famiglia Ferro Famil Vulpòt, di Domenico Peracchione Pigrissia e molti altri, furono accompagnati attraverso i colli per raggiungere i territori liberati. Un ruolo di spicco l’ebbe il ceresino Attilio Francesetti detto Tiliu, che scortò almeno un centinaio di ebrei dall’albergo Curat di Ceres, dov’erano attivi il vicario, monsignor Filippello e il veterinario Portigliatti, a Forno Alpi Graie e, attraverso il col Girard (m. 3.050), al sicuro, oltre il confine. Nonostante i continui rastrellamenti, grazie anche alla protezione di medici, sacerdoti, funzionari, insegnanti, carabinieri, nessuno di loro venne denunciato.Quella che è stata definita una villeggiatura forzata, che andava ad incrementare le presenze anche ai più problematici periodi invernali, freddi e nevosi, di fatto si trovò a spartire con i montanari ansie e sacrifici. La popolazione locale, in quegli anni ancora discretamente numerosa e prevalentemente dedita alle attività agricole e a quelle legate al turismo (numerosi erano gli alberghi e i negozi) offerse senza esitazioni, forse anche per un’atavica diffidenza nei confronti delle scelte del potere costituito e non sempre senza tornaconto, il proprio appoggio ai numerosi rifugiati tra i quali si celavano le famiglie perseguitate. Questi signori, li sgnoùri, così identificati per l’elevata estrazione sociale, i modi raffinati e talora per la disponibilità economica, localmente assimilati agli altri sfollati vissero in relativa sicurezza quel difficile periodo, trovando comunque una protezione che significava aver salva la vita. Per molti di loro, che già frequentavano le valli per diletto, fu una scelta naturale quella di stabilirsi in montagna, ritenuta più sicura e dove già vigevano consolidati livelli di integrazione e comprovate relazioni sociali. A Martassina, piccola frazione di Ala di Stura, tra il ’43 e la fine della guerra furono circa 60 gli sfollati ebrei sui 110 abitanti complessivi. Ad Ala molte famiglie, oltreché in abitazioni private, erano ospitate presso il Caffè d’Ala, gestito dalla famiglia Marzano. Grazie ad un condiviso senso comunitario, si mantenne un equilibrio fragilissimo che avrebbe potuto essere facilmente infranto, provocando in tal caso ritorsioni che avrebbero avuto effetti gravissimi per tutti.La necessità di superare indenni i difficili frangenti imposti dalla guerra, portò anche all’attivazione di insolite collaborazioni. Come quella che vide i fratelli balmesi Giovanni (Giuanìn) e Orsola (Lina) Castagneri Barbounàt aggregarsi alle formazioni di Giulio Bolaffi (comandante “Laghi”), commerciante filatelico torinese di origini ebraiche che a Mondrone, frazione di Ala, possedeva una graziosa villa dove trovarono inizialmente protezione i suoi figli e l’istitutrice Gabriella Foà (poi trasferiti in val Grande), la sorella Sandra con il marito Giulio Artom, industriale tessile e i loro due figli Guido e Franco. Quest’ultima famiglia, dopo un periodo trascorso in valle, espatrierà in Svizzera. I due balmesi invece seguiranno Bolaffi in Val di Susa, dove saranno impiegati in delicati incarichi di responsabilità nel gruppo “Stellina”, da cui nascerà la IV Divisione Giustizia e Libertà, mentre villa Enrica diverrà la sede del comando della II Divisione Garibaldi.Giovani ebrei trovarono invece un naturale alleato nei partigiani che si organizzavano in valle. Enrico Avigdor, Aldo e Bruno Fernex, Adele Foà, Enrico Loewenthal (cugino di Laura Colombo), Aldo e Pia Luzzatto, Sergio Segre, Carlo Treves e Franco Valabrega, si unirono all’11ª Brigata “Torino”.A Ceres la coraggiosa famiglia cattolica di Angelo Tettamanzi e della moglie Maria, sfollata a Voragno, ospitava persone a rischio e procurava loro documenti falsi: tessere annonarie, carte di identità, tesserini bilingue di lavoro e addirittura giuramenti di fedeltà alla repubblica di Salò. Alla fine di settembre del 1944 fu il medico israelita di origini ungheresi Simone Teich Alasia a transitare per Balme. A Richiardi (Groscavallo) aveva organizzato un funzionale ospedaletto ma gli intensi rastrellamenti avevano costretto i partigiani a riversarsi in Francia, dove l’accoglienza non era stata delle migliori. Dopo qualche giorno rientrarono quindi in val di Viù e Teich Alasia, attraverso il colle Paschièt, raggiunse i comandanti Pino Casana e Battista Gardoncini nascosti in una baita. Venne quindi indirizzato all’albergo Camussòt per rifocillarsi: «Qui la lauta cena, consistente in due fette di polenta riscaldate sulla griglia, ma ero felice al pensiero che finalmente avrei potuto togliermi i vestiti e dormire in un letto. Invece ebbi appena tempo di sfilarmi le scarpe che il padrone dell’albergo arrivò trafelato e annunciò a me e al mio aiutante che le brigate nere stavano avvicinandosi a Balme. Avemmo appena il tempo di salire su per la montagna e di rifugiarci, poiché aveva ricominciato a piovere, sotto un grande lastrone di pietra, dove trascorremmo la notte. All’alba ci incamminammo per raggiungere Pialpetta. Vedemmo in lontananza le formazioni fasciste che, malauguratamente e certo per qualche delazione, sarebbero arrivate di sorpresa alla grangia, dove si era rifugiato tutto il comando delle tre vallate di Lanzo. Tutti i partigiani del Comando furono catturati». Gardoncini e Casana verranno fucilati nelle successive settimane in via Cibrario a Torino. Per essere scampato fortuitamente ad analoga sorte, in una videointervista Teich Alasia, che dopo la guerra contribuirà alla nascita dell’Ospedale traumatologico (CTO) di Torino, progettando e dirigendo il Centro grandi ustionati, ricorderà: «Balme per me è stato un inizio della vita. Ho potuto ricominciare. Lì è cominciata la mia vita». A metà dicembre del ’44 i partigiani Enrico Loewenthal (che solo qualche anno prima proprio a Balme aveva vissuto qualche disavventura per aver confidato ad una guida locale i propri sentimenti antifascisti e i suoi dubbi sulla durata del regime) ed Enrico Avigdor, indirizzati dal loro comandante Bruno Tuscano, si affidano all’esperienza dei balmesi Pancrazio Castagneri e Giuseppe Boggiatto per farsi condurre in Francia attraverso i colli innevati. Una rara immagine di quei tempi quando difficilmente si scattavano fotografie, li ritrae in Val d’Isère, dove stabilirono il primo collegamento tra le formazioni partigiane delle Valli di Lanzo e Susa e le truppe anglo-americane avanzanti in Francia. Qualche giorno dopo, con temperature di trenta gradi sottozero, rientrarono per il colle d’Arnàs (3211 m.).In tutti quei difficili momenti nei quali l’originario consenso per il fascismo andava velocemente scemando, l’organizzazione degli ebrei poteva contare su una fitta rete di sostenitori, dai Commissari Prefettizi di Ala e Balme, Giuseppe Giannelli (il figlio Celestino era commissario politico della divisione “C” di Giustizia e Libertà) e Antonio Dematteis (Tòni ad Limoùn), dal segretario comunale Domenico Magoia al coordinamento offerto dall’avvocato Massimo Ottolenghi, che operava col nome di copertura “Bubi”. Quest’ultimo fu investito di compiti di alto livello nell’espletamento di contatti fra comandi militari, formazioni partigiane e istituzioni locali, sia nelle Valli di Lanzo, sia fra le valli e Torino adoperandosi efficacemente e con frequente grave rischio personale anche per proteggere combattenti, sfollati, ebrei e popolazione civile da arresti, rastrellamenti e rappresaglie. Qualche anno fa, insieme alle sue preziose testimonianze e alcune fotografie, volle donare all’ecomuseo delle Guide Alpine di Balme alcuni francobolli utilizzati dal CLN e lo stendardo della formazione Giustizia e Libertà.Il dottor Emanuele Luria, già alto funzionario dell’Intendenza di Finanza di Torino la cui famiglia era ospitata a Mondrone, durante il periodo della cosiddetta “zona libera”, sorta di piccola repubblica partigiana, gestì la riscossione di tasse e imposte, necessarie a garantire gli stipendi ai dipendenti comunali, alle persone prive di mezzi e al sostentamento delle forze combattenti partigiane.Pia Luzzatto, che trovò salvezza in Val d’Ala, in una sua relazione fece notare come la popolazione locale soccorresse in ogni modo possibile, ospitandoli, fornendo viveri, aiutando a nasconderli, ebrei e partigiani. Ricorda in particolare l’episodio delle esequie a Martassina di Aldo Fernex, quando il parroco di Balme don Lorenzo Guglielmotto «si mise in tasca il libro di preghiere ebraiche e precedette il mesto carico per evitare, se si fossero trovati gruppi fascisti (nel 1945 la valle era presidiata dai militi della Monterosa) che il funerale fosse turbato». Ricorda ancora come «gli abitanti di Mondrone, di Ala, di Balme, si prodigavano in ogni modo per salvare i partigiani, senza fare distinzione tra ebrei, cattolici, inglesi, russi, famiglie o singoli, che facevano tutti baluardo contro la prepotenza, la cattiveria, la ferocia nazi-fasciste». Qualche anno fa il Comitato Resistenza Colle del Lys, in collaborazione con il CAI realizzò un progetto intitolato “I giusti della montagna” che, oltre alla pubblicazione di un volumetto con alcuni itinerari, prevedeva la posa di pannelli informativi in luoghi ritenuti significativi per il carico di memoria che trasmettono. Le parole che introducono la meritevole iniziativa non lasciano spazio a futili interpretazioni: “Duecento ebrei riuscirono a salvarsi grazie all’aiuto di chi viveva nelle valli di Lanzo. Non un ebreo fu catturato, nonostante i frequentissimi rastrellamenti e l’occupazione degli ultimi mesi di guerra, nonostante l’appartenenza di padri, figli e figlie alle formazioni partigiane. Non uno perché il profondo sentimento comune si ribellava al crimine orrendo di chi negava il loro diritto d’esistere”. Addirittura, secondo quanto dichiarò Laura Colombo, tenendo conto anche di quanti transitarono o sostarono per breve tempo in zona in attesa di poter valicare le montagne, furono complessivamente circa 600 gli ebrei che riuscirono a salvarsi nelle Valli di Lanzo. Un numero davvero considerevole, specialmente se comparato alla popolazione residente e alla risaputa carenza di risorse di terre morfologicamente e climaticamente difficili, segnate dalla povertà e dannate dall’emigrazione. E così, le parole del canto ebraico “Gam Gam”, adattamento del Salmo 23,1-6, possono costituire un metaforico compendio alle vicende sommariamente enunciate in queste pagine: ”Anche se andassi nella valle oscura non temerei alcun male, perché Tu sei sempre con me. Perché Tu sei il mio bastone, il mio supporto. Con Te io mi sento tranquillo”.

Gianni Castagneri

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