Due o tre cose sui vaccini

Questa mattina a una arzilla novantenne irlandese è stata inoculata la prima dose di vaccino anti Covid della Pfizer. Lei ha detto di essere contenta perché spera di incontrare i parenti senza rischi, e la sua speranza è anche la nostra. Ma a me è venuta voglia di sapere qualche cosa di più su questi benedetti vaccini. Non spaventatevi, non sono un “no vax” e non intendo addentrarmi nelle polemiche sulla loro efficacia e sui possibili effetti collaterali. Soltanto il tempo potrà dare risposte credibili, ma di tempo non ne abbiamo, e nell’attesa dovremo fidarci oppure no. Molto più semplicemente, mi sarebbe piaciuto trovare sui giornali italiani qualche banale informazione in più sui fondi investiti a livello mondiale nella ricerca, sul costo delle dosi e sulla loro disponibilità. Ho trovato soltanto spazzatura malamente scopiazzata dai comunicati stampa delle case farmaceutiche. Invece sul New York Times – ancora lui, ma che posso farci se le notizie si trovano soltanto sulle sue pagine? – mi sono imbattuto in una interessante riflessione firmata da due studiosi indiani, Achal Prabhaia e Arjun Jayadev, e dall’economista americano Dean Baker. La loro tesi è che l’unica strada per accelerare la diffusione dei vaccini sia la  sospensione dei diritti per la proprietà intellettuale, e provo a riassumerla qui.

Secondo i tre la sospensione dei diritti vorrebbe semplicemente dire che “in considerazione delle eccezionali circostanze provocate dalla pandemia, e del fatto che il segreto industriale e le posizioni di monopolio frenano o impediscono la produzione su larghissima scala dei medicinali necessari, i paesi interessati sarebbero in grado di produrre gli equivalenti generici a costi molto più bassi”. Come peraltro è già accaduto in passato per alcuni farmaci contro l’Aids e l’epatite C.

Il suggerimento di Prabhaia, Jayadev e Baker, peraltro, non è l’ipotesi isolata e fantasiosa dei soliti intellettuali avulsi dalla realtà. Una proposta in questo senso è stata avanzata alla WTO, la World Trade Organization, per ben tre volte, a ottobre, novembre e la scorsa settimana. I promotori, l’India e il Sudafrica, hanno avuto l’appoggio di oltre cento paesi, per lo più poveri, dei 164 che fanno parte dell’organizzazione. Ma nulla hanno potuto contro la fiera opposizione di Stati Uniti, Unione Europea, Giappone, e pochi altri paesi “avanzati”. Guarda caso quelli dove i vaccini arriveranno prima e ci saranno i soldi per comperarli. 

A proposito di soldi, poi, l’articolo riporta alcuni dati interessanti sui finanziamenti e sulle ricerche pubbliche che hanno aiutato le grandi aziende farmaceutiche a mettere a punto i vaccini di cui ora sono così gelose.

Moderna – dicono i tre – ha sviluppato il suo partendo dagli studi del National Institutes of Health, finanziato con soldi pubblici, e ha ricevuto 2,5 miliardi di dollari a supporto della ricerca. Per sua stessa ammissione, finora è bastato un miliardo a coprire i costi.

Pfizer ha ricevuto 445 milioni di dollari dal governo tedesco per la ricerca, e circa 6 miliardi dagli Stati Uniti e dall’Europa per l’acquisto a scatola chiusa delle dosi.

Anche AstraZeneca ha fatto largo uso di fondi pubblici, e ha ricevuto finora più di due miliardi da Stati Uniti e Europa per l’acquisto delle dosi. Inoltre ha firmato due accordi da 750 e 300 milioni di dollari con le organizzazioni internazionali messe in piedi per coordinare gli sforzi anti Covid.

“In altre parole – spiegano Prabhaia, Jayadev e Baker – i vaccini di queste compagnie sono stati sviluppati in tutto o in parte con i soldi delle tasse. Essenzialmente appartengono al popolo, e tuttavia il popolo dovrà pagare per averli, con poche prospettive di ottenerli in tempo e a sufficienza”.

Le cronache hanno ampiamente dimostrato che in materia di Covid nessuno ha la verità in tasca, e le multinazionali del farmaco potrebbero probabilmente portare argomenti altrettanto convincenti a sostegno delle loro tesi protezionistiche.  Potrebbero. Ma leggendo questo articolo non ho potuto fare a meno di pensare a uno degli incontri più significativi che ho avuto nel corso della mia carriera professionale, quello con Albert Sabin, scopritore del più diffuso vaccino contro la poliomielite. Lui scelse di non  brevettarlo, e rinunciò al suo sfruttamento commerciale perché il prezzo restasse molto basso e fosse possibile distribuirlo in tutto il mondo. E oggi la poliomielite è stata quasi completamente eradicata.

Battista Gardoncini

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