Due luci in redazione

I primi giorni del 2020 sono stati tristi per noi che abbiamo lavorato nella redazione torinese de L’Unità. Ci hanno infatti lasciato i colleghi Michele Costa, pilastro delle cronache sindacali che allora occupavano tanta parte delle nostre pagine, e Dario Nazzaro, che aveva imparato il difficile mestiere del fotogiornalista dal padre Michele, membro di una grande famiglia di fotografi. Claudio Mercandino li ricorda qui per noi, e per tutti quelli che non hanno dimenticato quello straordinario gruppo di colleghi uniti dalla passione per la politica e per il mestiere.

La prima luce la notavi soprattutto quando si spegnevano tutte le altre, dopo le nove di sera, quando il giornale era chiuso, le telescriventi tacevano e la redazione de l’Unità di Torino si svuotava nel momento stesso in cui a Milano cominciava l’ennesima lunga notte della tipografia. Tra gli uffici silenziosi e in ombra scorgevi allora il bagliore fioco di un’abatjour dietro una porta dal vetro zigrinato. Illuminava una scrivania straordinariamente ingombra di carte, giornali vecchi, ritagli, documenti, riviste, volantini, libri: un cumulo imponente di materiale in mezzo al quale ti domandavi come facesse il proprietario a ritrovare ciò che cercava. L’esiguo spazio lasciato libero sul piano del tavolo, accanto a una vecchia macchina per scrivere a pressione di dito, accoglieva anche un posacenere traboccante di mozziconi dal quale saliva il fumo dell’ennesima sigaretta appoggiata sul bordo. A quell’ora il fascio circoscritto di luce della lampadina mostrava invariabilmente le pagine di una rivista sfogliate con intensa attenzione dall’uomo seduto alla scrivania, l’ultima presenza rimasta in redazione: Michele Costa, cronista di sindacale.

Per lui era un rito quotidiano. Consegnato per ultimo l’articolo con il “pastone” sindacale o la solita ghiotta notizia sull’universo Fiat, scendeva dal secondo piano del palazzo di via Chiesa della Salute – dove l’Unità condivideva la sede con la Federazione del Pci – e, con la giacca sulle spalle e gli occhiali alzati sulla fronte, andava al vicino Circolo Vittoria per un caffè, poi tornava e, mentre molti colleghi erano ormai a casa seduti a tavola per la cena, si metteva a studiare. Informatica, relazioni industriali, organizzazione produttiva, documenti riservati di piani aziendali, resoconti e elaborati sindacali: leggeva, sfogliava, leggeva, con applicazione continua e silenziosa. Quell’immagine di Michele, gli onnivori occhi in ombra puntati sulle righe illuminate da una luce giallastra nel silenzio buio di un ufficio, era la cifra del suo lavoro: un lavoro oscuro di documentazione, di raccolta, un’applicazione lunga e faticosa – eppure appassionata – i cui frutti si vedevano sulle pagine del giornale e nei botta-e-risposta che ingaggiava, vincendoli, con i dirigenti Fiat alle conferenze stampa.

Informatissimo, colto, ironico – di un’ironia sottile ma pungente, che manifestava talora con una specie di timidezza, scuotendo il capo e abbassando lo sguardo mentre sorrideva – sapeva ribattere ai suoi interlocutori con educazione ma con grande efficacia, a volte con il caustico sarcasmo del polemista. Leggendario l’episodio in cui smentì lo stesso Avvocato, mentre in un’altra occasione mise in riga un papavero di Corso Marconi con un classicissimo «Sutor, ne ultra crepidam!». Conosceva a menadito le fabbriche torinesi, anche dal punto di vista topografico: degli stabilimenti di Mirafiori si era creato da solo una mappa precisissima, come un Guglielmo da Baskerville capace di descrivere senza mai entrarvi la Biblioteca del “Nome della rosa”, e quando un incendio divampò alla Finsider di corso Regina Margherita (quella che poi sarebbe diventata la Thyssen, oltre trent’anni dopo teatro di un altro tragico rogo) gli bastarono due domande al cronista di nera rientrato con i suoi appunti in redazione per dire con impressionante precisione che cosa e come era andato a fuoco.

Divideva la stanza con Pierino Mollo, ex operaio Lancia licenziato per rappresaglia e diventato giornalista dopo l’esperienza del giornale di fabbrica “La Scintilla”, e in certi pomeriggi quell’ufficio si trasformava in un antro quasi sulfureo e impraticabile, con la nebbia fitta delle sigarette e loro due che, taciturni, pigiavano sui tasti con il ticchettio simile a una grandinata che si poteva ascoltare nelle redazioni di una volta. L’Unità era l’unico giornale torinese in cui si facessero i “pronti” di cronaca sindacale: tutti i giorni, al mattino e al pomeriggio, un giro di telefonate alle organizzazioni di categoria della Cgil e alle leghe Fiom serviva a raccogliere le notizie su problemi, vertenze, scioperi, licenziamenti, messe in cassa integrazione che sarebbero finite nei puntuali resoconti pubblicati ogni giorno dal quotidiano. Un servizio così attendibile e completo che persino la Digos se ne giovava per organizzare i propri interventi; e quando, nel 1984, le pagine torinesi scomparvero, da corso Vinzaglio arrivò una telefonata disperata: «E adesso come facciamo?!…».

Ma curiosità, professionalità, metodo, applicazione non dicono interamente le qualità giornalistiche di Michele se non si parla della sua umanità accompagnata da una franchezza diretta i cui spigoli venivano smussati dalla pietas e dall’empatia con cui guardava gli ultimi, gli sfruttati, quella classe operaia al servizio della quale si dedicava con etica militanza in anni in cui i giornalisti de l’Unità guadagnavano quanto un metalmeccanico specializzato, tute blu della carta stampata. Ed è curioso che una figura a suo modo eroica come quella di Michele, che prima di molti altri aveva frequentato i temi dell’informatizzazione, dell’automazione, della robotica, proprio oggi, nell’epoca digitale, sia rimasta confinata a una dimensione “analogica”, assente dai motori di ricerca e dalle pagine web, così che il suo ricordo appare come quella luce fioca che filtrava appena dai vetri, ma illuminava ciò che a lui era più vicino nel suo ufficio al secondo piano.

La seconda luce si spandeva nel buio quattro piani più su, nella mansarda che era stata adattata a laboratorio. Era rossa e, più che rischiarare, diffondeva una specie di tenue ombra scarlatta nelle tenebre della camera oscura dove Dario Nazzaro, non ancora ventenne, muoveva i suoi primi passi di fotoreporter sulle orme del padre Michele. Appartenente a una storica famiglia di fotogiornalisti, per lui rullini e obiettivi erano stati una strada naturale, e presto aveva iniziato la vita double face dei fotografi di allora: con la luce fermava sulla pellicola le istantanee della vita cittadina – i morti ammazzati, i cancelli delle fabbriche, i cortei, le partite di calcio, i momenti istituzionali – e con il buio traduceva ogni scatto in rettangoli di carta sui quali faceva apparire le immagini dal nulla, come per magia, per poi appenderli ad asciugare su un filo come panni stesi, brandelli di cronaca fissati da una fila di mollette.

In quello studio sotto i tetti, impregnato del sentore dei liquidi di sviluppo e fissaggio, echeggiavano di continuo le comunicazioni radio della polizia, intercettate dallo scanner redazionale che rilanciava le notizie freschissime degli avvenimenti di cronaca nera. Allora si partiva, e sovente andavamo assieme sui luoghi di rapine o delitti, a volte sulla mia auto e altre sulla sua, un’utilitaria piena di carte e odorosa di fumo freddo e stantio. Quel ragazzo timido dai capelli lunghi e dalla lingua corta, che pareva imbarazzarsi persino a sorridere delle battutacce da caserma del gruppo di colleghi col taccuino o con la reflex, scattava e scattava con le malizie insegnategli da papà Michele, ma tradendo sempre – anche lui – un sentimento di compassione per ciò che inquadrava nell’obiettivo: anche quando partecipava alla smitragliata dei flash, che in molte occasioni appariva come l’assalto di una muta di cani arrabbiati o la raffica di un plotone d’esecuzione, lo faceva con l’aspetto di chi compie un dovere sgradevole; e spesso, a chi lo accompagnava, rivolgeva un commento a margine pieno di empatia per la vittima di un omicidio o di uno scippo, per la fatica di un disoccupato, per la disperazione di una famiglia di sfrattati, per la povertà dignitosa dei lavoratori in sciopero davanti a una fabbrica.

Con il passare degli anni e i progressi tecnologici, Dario aveva accantonato pellicole, camera oscura, bagni di sviluppo, bacinelle, ingranditore per riprendere il suo racconto per immagini con il colore e le macchine digitali. Non aveva perso però un solo grammo della sua mite gentilezza, né il sorriso disarmato e un po’ introverso, né lo sguardo partecipe che lo portava a vedere sempre le persone oltre il mirino della fotocamera e a simpatizzare con loro.

Le strade di Michele e di Dario, incrociatesi nei primi anni Ottanta in quel palazzo di Borgo Vittoria, si erano poi divise per molti anni. Sono tornate a incrociarsi nel mese che va concludendosi, per un destino singolare che li ha visti andarsene a un giorno di distanza l’uno dall’altro. E ancora a ventiquattro ore l’uno dall’altro, nello stesso luogo sobrio e solenne, i vecchi colleghi di allora li hanno salutati: Michele in un commiato di molte parole senza immagini e Dario in un addio di tante immagini senza parole.

Claudio Mercandino

4 comments
  1. Grazie Claudio Mercandino. Che commozione questi ricordi (li vediamo solo ora grazie a Angela Sepe Novara)… Eravamo amici della scrittrice Gianna Baltaro, che entrò all’Unità negli anni 60: rimasta vedova, a quarant’anni, bussò all’Unità disposta a fare qualsiasi cosa (anche le pulizie) Ma Pier Giorgio Betti, allora capocronista, le diede fiducia. La buttò a fare la cronista di “nera”! Che ricordi aveva Gianna di quegli anni: «I miei colleghi erano persone in gamba… (e quando faceva troppo caldo c’era sempre qualcuno che scendeva a comprare un’anguria). Facevamo i “pronti”: ci attaccavamo al telefono e chiamavamo la questura, i carabinieri, gli ospedali… Ma io preferivo andare in giro, mi occupavo un po’ di tutto. E mi succedeva di tutto. Una volta mi dissero: “Vai alle Nuove. Sembra ci sia del movimento”, e capitai nel bel mezzo di una rivolta, tra detenuti e gas lacrimogeni… Io facevo la reporter, arrivavo in redazione e riferivo le notizie, gli “estensori” le scrivevano»… E qui ci fermiamo. Ma grazie per aver parlato di Michele Costa, Dario e Michele Nazzaro, di quegli anni e di quel modo di fare giornalismo, con coscienza e passione. (Bartolone & Messi)

    1. Ecco una meravigliosa fotografia del giornalismo di allora, L’AMBIENTE descritto con una tale ricchezza di dettagli
      Che posso vederlo quello spazio, respirarlo…. Ed infine in ritardo apprendo anche la morte di un vecchio amico, di dario era giovanissimo ai tempi in CUI L’avevo conosciuto e sempre con una macchina fotografica al collo.
      Gentile, riservato e sorridente cosi lo voglio ricordare♥️🙏

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