Dopo l’emergenza

Nelle scorse settimane siamo stati sommersi da un oceano di informazioni sulle caratteristiche del virus, sulle sue modalità di diffusione, sulle strategie di contenimento del contagio e sulle possibili cure. Non è sempre stato facile distinguere il vero dal falso, le persone serie dai buffoni, ma la dura realtà ci sta dando una mano. A poco a poco gli errori commessi vengono a galla, gli inetti sono riconosciuti come tali, le bufale smascherate.  Sul futuro che ci attende a emergenza superata, invece,  siamo ancora allo stadio delle opinioni. Qualcuno è competente, qualche altro no, ma nel campo delle previsioni entrano in gioco anche le visioni del mondo, l’ottimismo o il pessimismo, la passività o la  voglia di fare. 

 Alcuni dicono che cambierà tutto, altri che non cambierà niente. E poiché in questo campo, per usare una frase sentita in altri contesti,  “uno vale uno”, l’unico possibile metro di giudizio consiste nel  guardare ai numeri e al passato, a  quello che è accaduto in occasioni analoghe.

Partiamo dai numeri. All’11 aprile, secondo i dati  dell’OMS, sono morte nel mondo per il Covid-19 circa 100.000 persone. Gli infettati sono circa due milioni. Ogni anno le normali influenze colpiscono tra i 350 milioni e il miliardo di persone, e provocano serie complicanze in 3-5 milioni di casi, uccidendo tra le 250.000 e le 500.000 persone. La malaria colpisce ogni anno circa 230 milioni di persone, e ne uccide 400.000. Per il morbillo, nonostante il vaccino, nel corso del 2018 sono morte 140.000 persone. Gli incidenti stradali sono la prima causa di morte nei giovani tra i 25 e i 29 anni, uccidono ogni anno 1.200.000 persone e ne feriscono oltre 50 milioni. Non risulta che queste cifre drammatiche abbiano sconvolto la vita del ricco Occidente, o che abbiano influenzato il nostro modo di guidare.

Del Covid-19, nonostante i benemeriti sforzi di migliaia di scienziati in tutto il mondo,  sappiamo ancora poco, e il precedente della SARS non autorizza l’ottimismo. Identificata dal medico italiano Carlo Urbani, che poi ne morì, si diffuse soprattutto in Asia tra il 2002 e il 2003, infettando otre 8.000 persone e uccidendone 774, con un tasso di mortalità vicino al 10%.  Non c’erano cure specifiche, e il vaccino, promesso in tempi brevi, non fu mai trovato. Ma siamo stati fortunati: gli ultimi focolai di Sars furono individuati nel 2004, poi la malattia misteriosamente scomparve.

Anche il Covid-19, come la Sars, è un coronavirus di origine animale, che ha fatto il cosiddetto “spillover”, il salto di specie. Il suo tasso di mortalità è dieci volte più basso, ma la sua rapida diffusione in tutto il mondo dimostra che è molto più infettivo, ed è difficile pensare che a un certo punto decida di togliere il disturbo come ha fatto la Sars, o come cento anni fa accadde con l’influenza spagnola, che uccise quasi 50 milioni di persone nel mondo prima di scomparire, forse per una mutazione genetica del virus. Speriamo di no, ma è possibile che si debba fare  i conti con lui e con le sue possibili mutazioni a lungo, come accade per le normali influenze, che ogni anno tornano con caratteristiche diverse, e costringono i virologi a modificare di conseguenza i vaccini. 

Al momento il vaccino contro il Covid-19 sembra più lontano di quanto facciano pensare i molti annunci interessati di questi giorni. Quando e se arriverà, comunque,  non bisogna sottovalutare  i problemi giganteschi che si apriranno per la sua distribuzione. Sulla carta averlo sarà un diritto di tutti, ma non è detto che tutti possano permetterselo. Le stesse disparità di trattamento che oggi negli Stati Uniti  provocano più morti da Covid tra le fasce povere della popolazione  – e che qui in Italia, nelle fasi convulse dell’emergenza,  hanno costretto i medici delle terapie intensive a scegliere quali pazienti salvare – potrebbero riproporsi su scala globale e in modo potenzialmente esplosivo.

Forse dovremo imparare a convivere con questa nuova malattia, come già facciamo da sempre con i tumori – oltre diciotto milioni di diagnosi ogni anno nel mondo, senza contare i paesi poveri – con l’ipertensione – ne soffre un miliardo e mezzo di persone nel mondo – con il diabete, con le malattie cardiovascolari. Tutto sta nell’attrezzarci, ad esempio aumentando il numero di letti nelle terapie intensive, fornendo agli operatori sanitari efficaci misure di protezione, e dedicando risorse adeguate alla prevenzione. 

Un lockdown permanente, o anche soltanto l’ uso generalizzato delle mascherine, non sembra proponibile. Si è dimostrato  utile in questa fase, ma è impossibile da mantenere a lungo. Qualcuno si è chiesto provocatoriamente “quanti nonni saremo disposti a sacrificare sull’altare dell’economia”. Ma in gioco non ci sono soltanto i bilanci aziendali e gli stipendi dei lavoratori. Ci sono  il nostro modo di vivere, la nostra cultura, le nostre libertà. Prima o poi bisognerà tornare alla normalità, con qualche precauzione in più. Diventerà indispensabile ad esempio un più efficace sistema pubblico di monitoraggio territoriale in grado di individuare in modo tempestivo i nuovi focolai dell’infezione e di circoscriverli, utilizzando  test diagnostici più sicuri.  E serviranno grandi investimenti privati per produrre  farmaci migliori di quelli attuali, di dubbia efficacia perché, incredibilmente,  sono più o meno gli stessi retrovirali pensati per i malati di Aids e usati a suo tempo per la Sars. 

Battista Gardoncini

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