Dichiarazione di voto

Trattenendosi a stento dall’esultare, i nostri giornaloni annunciano che, dopo il via libera della Nato, le prime bombe americane stanno colpendo il territorio russo. Ora, a parte il fatto che lo facevano anche prima senza però dirlo, non riesco a capire i motivi di tanta soddisfazione. O meglio, lo capisco guardando alla storia del Novecento, alla forsennata campagna interventista del 1914 che spinse una Italia riluttante a entrare in guerra, peraltro tradendo gli accordi internazionali che la legavano agli imperi centrali.

Oggi come allora il partito della guerra è minoritario, ma urla più forte della voce della ragione. Non saranno le nuove bombe a cambiare le sorti di un conflitto che l’Ucraina ha già perso, ma qualcuno fa finta di crederci perché pensa ai lauti guadagni della corsa al riarmo, mentre i burattinai occidentali si sono convinti che occorrano altre migliaia di morti prima di potersi sedere al tavolo delle trattative senza perdere la faccia. La loro, non quella di Zelensky che ormai, politicamente parlando, non conta più nulla. 

Purtroppo, però, più passa il tempo, più aumenta il rischio che la situazione sfugga di mano. Un conto è mandare senza troppa pubblicità gli esperti di intelligence occidentali a combattere in Ucraina, un altro conto è annunciare pubblicamente l’invio delle proprie truppe, come ha fatto un Macron in crisi di identità e di riconoscimento internazionale. E che dire delle analisi di alcuni sedicenti esperti, pronti a sostenere sui soliti giornaloni che un uso limitato degli arsenali nucleari non sarebbe poi così pericoloso? 

Per tutti questi motivi, penso che la pace sia oggi l’unico tema davvero importante di cui dovremo tenere conto quando domenica andremo a votare per il rinnovo del parlamento europeo. Tutte le altre sacrosante battaglie – per il lavoro, i diritti, la sanità, la scuola, la giustizia, il welfare e via elencando – dovranno aspettare, se non altro perché possono essere combattute con maggiore efficacia a livello nazionale. Nell’Europa dei banchieri e dei tecnocrati il parlamento conta ben poco rispetto ad altri organismi non eletti a suffragio universale, che agiscono in autonomia e non nutrono un grande interesse per i temi sociali. Le candidature di bandiera di leader nazionali che mai avranno il tempo di frequentare il parlamento, e la presenza nelle liste di un considerevole numero di trombati e di mezze calzette, sono da questo punto di vista piuttosto significative. 

Verrebbe voglia di non votare. Ma proprio il fatto che molti partiti considerino le elezioni europee come uno strumento per misurare il consenso rende importante farlo. E per questo, sia pure con qualche dubbio, intendo votare per i Cinque Stelle, l’unico partito italiano che si è espresso chiaramente contro l’invio di armi all’Ucraina, ha rifiutato la distorta narrazione del conflitto che va per la maggiore in Occidente, e ha sollecitato l’avvio di un vero negoziato per la sua soluzione. 

È poco? È abbastanza? È molto? Non lo so. So però che a questa decisione sono arrivato dopo avere scartato le alternative. No a un PD troppo spaccato al suo interno per poter esprimere una scelta politica coerente. No a una sinistra furbetta che ha legato la speranza di superare la soglia del 4% a una signorina dal passato quantomeno discutibile. No alle buone intenzioni del Santoro di turno. No a tutte le frattaglie di centro che a mio parere non meritano neppure di essere citate, e, ovviamente, no alle destre variamente declinate.

Quasi dimenticavo. Domenica il Piemonte va alle urne anche per rinnovare il consiglio regionale. La conferma di Cirio e della sua giunta di centro destra è scontata, in parte per merito del candidato, e molto per l’insipienza delle opposizioni. Cercherò di dimenticarmene, in nome dell’amicizia che mi lega ad alcuni dei candidati.

Battista Gardoncini

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