Buoni e cattivi

Siamo per la pace. Come potrebbe essere altrimenti? In piazza ci andremo, ma non è necessario farlo credendo ciecamente a tutto quello che ci raccontano i principali mezzi di informazione occidentali, e cioè che da una parte ci siano gli ucraini buoni e dall’altra i russi cattivi. La realtà, come ci insegna la storia, è più complessa. I buoni non sono così buoni, e i cattivi non sono così cattivi.

Senza andare troppo indietro nel tempo, quello che è accaduto in Ucraina dopo la dissoluzione dell’impero sovietico si può definire in molti modi, ma ha poco a che fare con la democrazia, almeno nella accezione che comunemente si dà a questo termine. Sarebbe troppo lungo ricostruire qui l’alternanza di presidenti e coalizioni che hanno retto il paese dopo l’indipendenza dichiarata nel 1991. Basti dire che ogni volta gli sconfitti, filo russi o filo occidentali che fossero, hanno accusato i rivali di brogli elettorali,  arresti di oppositori, persecuzioni e violenze di piazza. Il tutto in una cornice di inefficienza dell’apparato statale e di corruzione dilagante. Molti ricorderanno la biondissima Julija Tymošenko, leader della cosiddetta rivoluzione arancione, molto amata dai media occidentali. Gli stessi media, però, si sono dimenticati di raccontare i suoi trascorsi di spregiudicata imprenditrice in affari con i russi che diceva di combattere, le amicizie controverse, la condanna a sette anni di carcere per corruzione confermata in tutti i gradi di giudizio. Uscita dal carcere dopo la depenalizzazione “ad personam” dei suoi reati, ha preso parte con deludenti risultati alle ultime elezioni presidenziali, quelle vinte dal comico televisivo Volodymyr Zelens’kyj, attualmente al potere. 

In tutti i rivolgimenti politici ucraini hanno svolto e svolgono un ruolo fondamentale i partiti e i gruppi che si ispirano direttamente al nazismo. Il loro eroe è il collaborazionista Stepan Bandera, responsabile del massacro di polacchi e ebrei al seguito delle truppe hitleriane, recentemente riabilitato nonostante le proteste della comunità ebraica.  Attivissimi nel 2014 durante la rivolta di Euromaidan, che portò alla caduta del filo russo Viktor Yanukovych, i militanti di questi gruppi occupano molte posizioni di potere, e sono in grado di condizionare le scelte della politica. Le loro formazioni sono state in parte inglobate nell’esercito, che da otto anni combatte una guerra non dichiarata sul confine con le zone russofone del Donbass, nonostante il cessate il fuoco concordato nel 2015 con gli accordi di Minsk.

A questa situazione si è riferito Putin nel suo ultimo discorso, quando ha dichiarato che tra gli scopi del suo attacco all’Ucraina c’è la ferma volontà di denazificare l’Ucraina. Forse non la migliore delle giustificazioni, ma almeno una chiara spiegazione di una parte dei motivi che lo hanno spinto ad agire. Non la principale, però. 

Come molti hanno sottolineato, il presidente russo è soprattutto preoccupato dalla prospettiva di una adesione dell’Ucraina alla Nato, che era ed è ancora una alleanza militare concepita per contenere un pericolo proveniente da Est. Alla Nato hanno aderito, con grande irritazione dei russi, anche altri paesi dell’ex blocco sovietico. Per il momento l’adesione ucraina non è all’ordine del giorno, ma se avvenisse consentirebbe agli Stati Uniti e ai loro alleati, non importa quanto riluttanti, di schierare sul confine russo uomini, carri armati, missili, e perfino armi nucleari. Una situazione che anche un osservatore non sospetto di simpatizzare con la Russia come l’ambasciatore Sergio Romano considera potenzialmente pericolosa. 

Una vicenda simile, ma a parti invertite, aveva portato nel 1962 il mondo sull’orlo di un olocausto nucleare. Tre anni prima i “barbudos” di Fidel Castro avevano cacciato da Cuba il dittatore Fulgencio Batista con il suo codazzo di imprese americane, mafiosi e case da gioco. Gli Stati Uniti non avevano digerito la cosa, e avevano tentato in tutti i modi, anche con le armi, di eliminare Fidel, che chiese aiuto all’Unione Sovietica, allora guidata da Nikita Krusciov. In un incontro segreto a Mosca si decise di installare nell’isola, a meno di cento miglia dalle coste della Florida, alcuni missili balistici. Gli americani se ne accorsero, e  schierarono navi e arei per fermare il convoglio russo che si dirigeva verso Cuba. Soltanto un dialogo diretto tra Krusciov e il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy evitò il peggio.  I russi ritirarono i missili da Cuba, gli americani ritirarono alcuni dei loro dall’Europa occidentale e promisero che non avrebbero più tentato di invadere l’isola. 

Putin ha tanti difetti, però a differenza di molti commentatori di casa nostra conosce la storia. È così fuori luogo pensare che sulla sua rischiosa e sbagliata decisione di attaccare l’Ucraina abbia pesato anche l’irritazione per l’atteggiamento supponente degli Stati Uniti e del presidente Biden nei confronti delle sue preoccupazioni?

Battista Gardoncini

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