La lezione americana

Gli americani dicono “fired”, noi “colpito e affondato”, ma la sostanza non cambia. Trump ha perso, e anche male, con uno dei divari più pesanti che la storia delle elezioni presidenziali ricordi sia in termini di voti, sia in termini di grandi elettori. E le cose non cambieranno né con i doverosi riconteggi, né con i ricorsi giudiziari, che il presidente uscente porterà avanti – se mai davvero lo farà – senza il sostegno di un partito che lo ha sempre considerato un corpo estraneo alla sua storia.

Joe Biden ha vinto con pieno merito, e nel suo primo discorso ha confermato le caratteristiche che lo hanno portato alla presidenza: la calma, la moderazione, la volontà di unire un paese profondamente diviso da quattro anni di bizzarrie e malgoverno. Forse non è il miglior presidente possibile, ma è sicuramente quello che ci vuole in questo momento.

La vittoria di Biden non è mai stata davvero in discussione. In alcuni stati si è giocata sul filo di poche migliaia di voti, ma questo è sempre accaduto in tutte le elezioni presidenziali nei cosiddetti “swing states”, gli stati in bilico. E il dato politico più significativo è che questa volta siano andati quasi tutti a Biden.

La maggior parte dei media italiani, non saprei dire se per emotività o ignoranza, ci ha dato una resoconto distorto di quello che stava accadendo, a cominciare dalla idea di mettere in piedi premature maratone elettorali in assenza di dati attendibili su cui discutere. E così per ore, mentre giornali seri come il New York Times e il Washington Post tacevano,  abbiamo letto e ascoltato improbabili esperti discettare sulla capacità di Trump di interpretare i sentimenti dell’America più profonda, e sul candidato sbagliato scelto dai democratici. 

Altri esempi? A scrutinio ancora in corso, il presidente Trump ha sentito la necessità di cantare vittoria. Con poche eccezioni i nostri media ci hanno creduto. Quelli americani, compresa la rete televisiva Fox che gli era sempre stata a fianco, no.  Hanno fatto notare che mancavano all’appello troppe schede per poterlo dire, e hanno preferito sottolineare la seconda parte del discorso di Trump, quella dove il presidente, evidentemente consapevole che i voti arrivati per posta avrebbero favorito il rivale,  metteva le mani avanti e denunciava i tentativi di broglio dei democratici. 

Nelle stesse ore del discorso di Trump, anche Biden ha parlato, invitando i suoi sostenitori alla calma e a mobilitarsi per far sì che tutti i voti venissero contati. Un discorso che tutti i media americani hanno riportato con grande evidenza, mentre molti di quelli italiani lo hanno considerato di semplice routine. Abituati come siamo alle parole vuote della nostra politica, abbiamo qualche difficoltà a prendere sul serio chi parla a ragion veduta.

E che dire della clamorosa decisione di alcune reti televisive americane di interrompere la diretta del delirante discorso di Trump a giochi ormai fatti, perché palesemente pieno di affermazioni non vere? Quante delle nostre televisioni, a cominciare dalla RAI, lo avrebbero fatto? 

Abituato da troppi anni al falso mito della obiettività, che confonde i fatti con le opinioni e mette tutto sullo stesso piano, il nostro giornalismo ha smarrito il senso di responsabilità e ha rinunciato a capire. Non è più tale, come in questi giorni ha dimostrato l’impietoso confronto con quello d’oltreoceano.

Battista Gardoncini

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