Sprechi alimentari

Evviva. Anche noi, come i francesi, abbiamo da pochi giorni una legge contro lo spreco alimentare. Ma nella nostra legge – che in realtà è volta principalmente a disciplinare la donazione e la distribuzione dei prodotti alimentari e farmaceutici – non c’e’ traccia dell’obbligo di cedere le eccedenze agli indigenti che la normativa d’oltralpe ha introdotto per la grande distribuzione, prevedendo multe e sanzioni fino all’arresto. Noi ci limitiamo a semplificare le procedure per le donazioni e a promettere ai commercianti una riduzione della tassa per la raccolta rifiuti proporzionata alle quantità dei beni oggetto delle donazioni. Purché le quantità siano certificate e i comuni siano d’accordo.

Ma non lamentiamoci. Poco è meglio che niente. E se non altro l’approvazione della legge ha riportato per qualche giorno la nostra attenzione sul problema. Che nei paesi ricchi dipende in gran parte dalle cattive abitudini dei consumatori e dalle date di scadenza troppo rigide, mentre nei paesi poveri bisogna fare i conti con una agricoltura rudimentale e con le difficoltà di conservazione. 

La FAO dice che un terzo del cibo prodotto ogni anno del mondo – un miliardo e trecento milioni di tonnellate, per un valore di oltre duemila miliardi di euro – va sprecato. E sottolinea che il cibo non consumato incide anche sull’ambiente. Ogni anno per produrlo viene utilizzato un terzo della superficie coltivabile mondiale con un consumo d’acqua pari al flusso del Volga, e si emettono tre miliardi e trecento milioni di tonnellate di gas serra.

E in Italia? Le stime sugli sprechi alimentari sono a volte contraddittorie, ma danno una idea della dimensione del problema. Secondo alcuni  ci costano 8 miliardi di euro all’anno, secondo altri addirittura 13. La quantità di cibo che finisce tra i rifiuti varia tra i 10 e i 20 milioni di tonnellate, con un  costo per famiglia che va dai 450 ai 1600 euro all’anno. Curiosi anche i dati dell’osservatorio sugli sprechi, che si spinge nei dettagli per tipologia di prodotto:  il 17% dei prodotti ortofrutticoli, il 15% del pesce, il 28% della pasta,  il 29% delle uova, il 30% della carne, e il 32% dei latticini.

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