Quelli di Paraloup

di Renato Scagliola – Paraloup, 1360 metri di quota, è una minuscola frazione del piccolo comune di  Rittana, (140 abitanti, quaranta borgate, 750 metri di altitudine), nella bassa valle Stura, 130 chilometri da Torino, una trentina da Cuneo, al culmine del vallone omonimo, a cavallo con la Val Grana. Gli ultimi venti chilometri sono di tortuosa strada di montagna, poi uno sterrato porta al luogo storico, dopo l’ampia sella erbosa, panoramica,  del Chiot Rosa, detto la Memoria delle Alpi, con un severo monumento in pietra ai caduti della Resistenza, ancora tutto imbandierato con festoni tricolori.

Paraloup è un nucleo di sette povere grange ultracentenarie, di piccolissime storie di vita pastorale e contadina, montanara, il cui nome occitano, ricorda una specie di frontiera, un riparo contro i lupi, che fino alla fine del 1700 erano ancora tanti nelle valli.

Dal ’43 al 1945, la frazione, già cadente e inospitale,  fu al centro della Resistenza cuneese, primo insediamento della banda Italia Libera, con i nomi leggendari di Nuto Revelli, Dante Livio Bianco, Detto Delmastro,   Duccio Galimberti,  Leo Scamuzzi e anche Giorgio Bocca. Oggi le baite sono state ristrutturate con un intelligente e affettuoso lavoro da parte di giovani architetti, per iniziativa della Fondazione Nuto Revelli di Cuneo,  e sono diventate una specie di piccolo, rustico santuario laico, un memoriale civile per ricordare, pensare, immaginare quello che è stato, e rimuginare di cattivo umore quello che c’è adesso. Oppure rasserenarsi, pensando di essere momentaneamente al sicuro, ben in alto e lontani.

I testi sulla guerra di liberazione nel cuneese sono talmente tanti da essere difficili da contare, da Revelli a Fenoglio, Bocca, ma c’è  un bel libro, irrinunciabile, uscito l’anno scorso, per capire Paraloup:  “Resistenze, quelli di Paraloup”, a cura di Beatrice Verri e Lucio Monaco, Edizioni Gruppo Abele, 220 pagine,16 euro, con allegato Dvd.  Interventi di Michele Calandri, Walter Cesana, Mario Cordero, Teo De Luigi, Fabio Gianotti, Mario Giovana, Marco Revelli, Leandro Scamuzzi.

Lavoro realizzato in collaborazione con la Fondazione Nuto Revelli .

Giorgio Bocca era partigiano nel piccolo distaccamento dei Damiani, sul versante della  val Grana, lontano quattro o cinque chilometri: “C’era stato un rastrellamento ed eravamo rimasti in pochi alle baite dei Damiani che erano state incendiate: arrivò una staffetta a dire che c’erano dei partigiani a Paraloup. Detto Delmastro e altri erano scesi in pianura perché non stavano bene, e io che ero lì solo, decisi di andare a vedere chi erano quelli di Paraloup. Sapevo la direzione e andai da solo con gli sci sulle spalle perché aveva già nevicato, e trovai quelli di Paraloup che stavano facendo una torta di mele, me diedero una fetta e trovai molto beneaugurante…C’era Bianco, i fratelli Acchiardo di Dronero che erano miei compagni al corso Alpini…Alla sera ci fu una nevicata fittissima e ripartii coi miei sci e tornai ai Damiani…

In quel periodo avevamo un prigioniero tedesco, un maresciallo delle SS terrificante, stava sempre a torso nudo, d’inverno faceva il bagno nel ghiaccio, era fortisimo. Conosceva tutti i nostri posti delle bande. Viene un rastrellamento e dico, questo non possiamo lasciarlo andare perchè va subito a rivelare i nostri posti. Bisogna fucilarlo. L’ho detto ai comandanti ma nessuno se l’è sentita. Nessuno si decideva. Allora l’ho fatto io. E ancora adesso mi chiedo se ho fatto bene o male…ma la guerra era spietata, e il comandante doveva assumersi le responsabilità…”

Il posto di ristoro a Chiot Rosa è chiuso, quattro allegre madame pensionate giocano a carte su un tavolo da picnic, due famigliole sono in gita con bambini. Nessun altro. Il posto è anche uno snodo tra le valli Stura e Grana: una lunga pista sterrata forestale scende a a San Matteo – altra importante base partigiana – e al paese di Valgrana, un’altra arriva a Vignolo, sulla direttrice per Caraglio. Allora le strade non c’erano, solo sentieri e  mulattiere.

La strada finalmente finisce a Paralup. Ci sono nuvole basse che coprono gli immensi boschi intorno, tempo fresco, silenzio. Una coppia di adulti mangia quietamente nella saletta vetrata. Una grande terrazza di tavole guarda la valle e si capisce la scelta della posizione, da cui si poteva controllare eventuali aggressori. Oggi è tutto un bosco, ma una foto del 1945 fa vedere come le montagne allora fossero solo prati, pascoli e  coltivi, completamente pelate.  Le grange sono diventate altro da sé, con inserti sobrii di legno di abete, sui resti delle pietre esistenti, impianti a norma, i tetti di lamiera verniciata, l’elettricità arriva dall’ultima frazione del Gorrè, più in basso,  con una lunga linea. I pannelli solari arriveranno, finanze permettendo. Il terreno intorno è stato ripulito con faticosi lavori di disboscamento, eliminazione di cespugli e rovi che stavano soffocando la frazione.

Ce uno spazio espositivo, buono anche per conferenze e incontri, mentre è stato realizzato un locale mensa, e ci sono quaranta posti in letti a castello, in due piccole grange. L’intenzione è farne anche un piccolo rifugio, punto di partenza per lunghe o corte camminate sui sentieri  – ripuliti e segnati – che furono partigiani…

Il posto è gestito da alcuni giovani tuttofare, con l’intenzione ambiziosa di tenere aperto il posto tutto l’anno. Un’avventura non da poco. Sono Manuel Ricca, 27 anni di Bernezzo, Sara Gorgerino 30 anni, di Santo Stefano Roero, e Chiara Goletto di Rittana, che aiuta solo il sabato e la domenica. Tutti pieni di voglia di lavorare su un bellissimo progetto che non è solo economico, anche se i problemi sono ancora tanti.   Per ora l’affluenza è stata buona, considerando l’estate piovosa del 2014, ma sono saliti comunque in tanti: giovani, adulti, anziani, coppie, a piedi, in bici. Non a fare una gita in montagna, ma un pellegrinaggio rispettoso, educato, ricordando un grande uomo: Nuto Revelli.

Dal libro  “Il museo della pioggia”,  Zedde Editore

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