L’amarezza di Elva

Cinque milioni per mettere in sicurezza la “strada del vallone” di Elva in valle Maira, nel Cuneese. Cinque milioni che, c’è da scommetterci, non saranno mai finanziati, spesi: perché una cifra così per una comunità di 95 residenti è fantascienza.

Così Elva continua ad essere isolata perché quella strada, scavata nella roccia, che in otto chilometri collega Elva al ponte catena a nord di Stroppo, continua ad essere chiusa: nell’ottobre dell’anno scorso una grossa frana ne ha bloccato l’imbocco dal basso. Ci sono voluti mesi ma è stata rimossa dall’Amministrazione provinciale che, subito dopo, ha dichiarato inagibile il percorso perché insicuro. Eppure sin dalla sua inaugurazione, nel 1956, le frane non sono mancate su questa strada detta “dell’orrido” perché corre a filo del burrone, ma gli elvesi non se ne sono mai fatti un problema. Ogni prima domenica di giugno si celebra una messa all’inizio della strada per invocare la protezione dei “viandanti” che la percorrono. Così ora sono disorientati, offesi, arrabbiati, disperati per questa chiusura che mette in crisi l’economia del paese (pastorizia e turismo) e la sua stessa sopravvivenza.

E’ vero, ci sono altre due strade. Sempre nel 1956 venne aperta la carrozzabile che raggiunge Elva dal Colle di Sampeyre e  la valle Varaita: i paese arrivò così il primo furgoncino per trasportare i famosi vitelli allevati quassù. Ma sono 24 chilometri in quota, con soventi interruzioni per neve e alberi caduti. Poi è arrivata la strada che sale ad Elva da Stroppo attraverso San Martino per arrivare al colle delle Cavalline e poi scendere. Di nuovo in quota, con pochi ripari a valle e tantissime buche nei 17 chilometri del percorso.

Almeno, dicono gli elvesi, riparate la strada di Stroppo se proprio non si può fare altro. Ma “nell’altro” è nata l’idea di raggiungere Elva con una funivia così come avviene a Chamoix in Valle d’Aosta. Ma perché, si chiedono quelli del comitato per il vallone guidati da Franco Baudino, spendere un mucchio di soldi per una funivia quando “basterebbe” mettere a norma la strada del vallone? Già nel 1763 il sindaco di Elva chiedeva all’Intendenza di Cuneo di costruire questa strada, richiesta rinnovata nel 1837 al futuro primo re d’Italia Vittorio Emanuele di passaggio (chissà perché) ad Elva mentre l’oste della borgata delle Traverse, nel 1880, lascia tutti i suoi averi al comune “perché provveda all’apertura di una strada nel Vallone”. Poi finalmente la costruzione documentata dalle fotografie in bianco e nero realizzate dal maestro Parola nel 1954.

Domenica il paese si riunisce e invita i turisti alla manifestazione “Amara Elva” per riaffermare la volontà di vivere della piccola comunità. Elva è famosa per la sua chiesa parrocchiale nella quale si trova lo splendido affresco della Crocifissione realizzato nel XV secolo dal pittore fiammingo Hans Clemer, artista della corte dei Marchesi di Saluzzo che dominavano le valli del Monviso.

E poi c’è il museo dei “pels” che racconta la lunga attività dei “cavié” di Elva: montanari che d’inverno giravano le Alpi comperando i lunghi capelli dalle donne per farne parrucche esportate in tutto il mondo.

Qui, all’inizio del Novecento, vivevano più di mille persone, decimate dalle guerre ma ancor di più dall’industrializzazione in pianura.

E allora? Amara Elva è destinata ad essere la parabola della montagna oppure c’è un futuro possibile? Per ora la politica, aldilà di riflessioni e promesse, non ha saputo dare una risposta definiva alla piccola comunità che, c’è scommetterci, nonostante tutto saprà ancora inventarsi il futuro.

Un commento

  1. fulvio bella

    no, non è “fantascienza”, questa è una battaglia che si può e si deve vincere. La democrazia e la civiltà non sono solo questione di soldi e di parametri economici.

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