Chiudere gli ospedali in montagna? Una follia

Cipradi Luigi Casanova (vicepresidente di Cipra Italia)  – «I ragionieri della finanza internazionale e nazionale si scatenano contro la montagna. I treni, i tribunali costano? Si taglia. In montagna ovviamente. La scuola e la sanità costano? Si taglia, sempre in montagna, sempre nelle periferie: tagli ragionieristici, mai basati su analisi di dettaglio, su approfondimenti zona per zona, capaci di mettere in risalto i bisogni specifici delle popolazioni locali. Ovviamente il tutto per accentrare, e poi privatizzare: i treni superveloci e costosissimi, i megaospedali all’interno dei quali il paziente diventa un numero». (…)

«Certo, piccolo non è bello, impedisce casistica, alta qualità professionale e macchinari moderni e costosi. Ma nessuno si chiede cosa implichi per un territorio di periferia la chiusura dell’ospedale (o di una linea ferroviaria secondaria, o della scuola). Innanzitutto una perdita di professioni ad alta specializzazione. In territori generalmente poveri di diversificazione nell’offerta di lavoro, gestiti attraverso monocolture, in territori che vengono marginalizzati a produttori di turismo, svago, aria libera e pulita per gli abitanti delle città, si cancellano opportunità lavorative diversificate. Un ospedale di valle è una struttura sociale di riferimento, eliminandolo si cancella un servizio essenziale: non sempre le patologie sono gravissime (…). La maggior parte dei ricoveri riguarda malattie di piccola e media gravità. O aiutano a risolvere pesanti casi geriatrici. Con la chiusura degli ospedali periferici questo significa costringere il paziente a ricorrere all’ospedalizzazione delle città: costi di trasporto, costi di assistenza, inquinamento su strade che vengono gettati sempre sulle spalle delle famiglie: lo Stato, inteso come ente burocratico,  risparmia, ma imponendo ulteriori spese ai cittadini. Immaginiamo cosa significa per un paziente dover sottostare per mesi a cure di riabilitazione e fisioterapia con viaggi lunghi anche oltre i 100 chilometri, o a diventare un pendolare per questioni di salute».Ospe

«Proviamo a immaginare cosa succede al paziente: da essere umano trovarsi trasformato, nel momento della sua massima debolezza, in numero, in caso. Con la centralizzazione della sanità di apre netta la frattura di un percorso di umanità e dell’incontro fra operatori sanitari ed i loro pazienti».

«Molti degli ospedali dei quali si chiede la chiusura insistono su zone turistiche.  In valli che contano 10-30 mila abitanti, ma che esplodono letteralmente nelle stagioni invernali ed estive arrivando a servire oltre 100 mila persone contemporaneamente. Ed ecco i pronto soccorso intasati, i laboratori e radiologie che non riescono a soddisfare la richiesta di prestazioni e le emergenze, code interminabili in spazi inadeguati».

«Perché non invertire la proposta? Invece di chiudere indiscriminatamente, specializzare alcuni di questi ospedali? Riconvertire i pronto soccorso ed i servizi alla persona mantenendo presidi efficienti e ricorrendo ai ricoveri nei grandi centri solo per prestazioni ad alta specializzazione e di eccezionale gravità? Chiudendo gli ospedali si devono poi chiudere anche i servizi tecnici, cioè laboratori di analisi, radiologie, riabilitazione, assistenza geriatrica e pediatrica, punti nascita e pediatrici. A quel punto al medico di base viene a mancare l’apporto della consulenza offerta da questi tecnici e professionisti. Ve lo immaginate un medico di un paese di 2000 abitanti costretto a chiedere informazioni di dettaglio, o chiarimenti a un centro ospedaliero di grandi dimensioni? Nemmeno lo ascoltano, mentre oggi nelle periferie di tutta Italia queste consulenze permettono ai medici territoriali approfondimenti importanti e al paziente di essere ancora riconosciuto come essere umano».

«La cultura ragionieristica che lo stato centrale e le città vanno imponendo alle periferie riguardano ormai un po’ tutti i servizi, anche il settore della formazione scolastica. È grave e incomprensibile che gli indirizzi governativi vengano sostenuti e incoraggiati anche da forze sindacali che in teoria dovrebbero rifarsi ai bisogni reali della gente».

«Non nego che esista un problema di offerta di qualità e sicurezza all’interno delle strutture sanitarie. Lo si affronti quindi caso per caso. Ma esiste anche un problema di diritti dei cittadini nelle grandi strutture, luoghi dove diventa impraticabile il controllo del cittadino davanti ai devastanti errori dei medici causa la difesa corporativa ormai ben strutturata imposta dalle diverse aziende sanitarie. È più facile per un cittadino comune controllare la qualità del servizio nel piccolo che nel marasma di un grande ospedale».

«Come viene letta la montagna (o il mondo insulare) da questi ragionieri delle politiche sanitarie? (…) Come il luogo dove fuggire dal ritmo frenetico della città, il luogo della ristorazione, il luogo dove ritrovare un contatto, certo superficiale, mordi e fuggi, con quanto rimane di ambiente e paesaggio libero. Ma i ragionieri, e i cittadini delle città, compresi i sindacalisti, dimenticano che il territorio va coltivato, gestito, con equilibrio e passione: che i servizi, sia alberghieri che ristorativi, la viabilità, l’ambiente naturale, rimangono integri perché esseri umani vi lavorano, persone che vivono con le loro famiglie nelle periferie dell’Italia, in montagna come sulle isole. E che questi cittadini hanno identici diritti di usufruire di cure efficaci, di investimento in formazione scolastica, di qualità del lavoro e di diversificazione dei lavori di quanti abitano nelle ormai socialmente devastate città e pianure  italiane. Vivere in montagna già impone maggiori sacrifici, costi e servizi più deboli. Se oggi non riprende un percorso di protagonismo della montagna italiana siamo tutti destinati al naufragio, nel più vero senso del termine».

«Gli ospedali delle periferie montane italiane vanno difesi, sono un servizio che le aree urbane devono sostenere, come atto solidaristico rivolto alle popolazioni delle montagne italiane. Se si deve tagliare si tagli nella sanità privata, si tagli nei privilegi concessi al gruppo medico dirigenziale e alla possibilità loro offerta di utilizzare strutture pubbliche e tempi pubblici per servizi privati, si tagli negli sprechi negli acquisti di tecnologia inadeguata alla massa di popolazione servita (il caso del Trentino è emblematico), si ridia voce al servizio di assistenza medica letto e gestito come servizio pubblico diffuso sul territorio. Liberi dalle imposizioni della industria farmaceutica e dai venditori di tecnologie inadeguate. Gli operatori della sanità che lavorano in montagna da anni suppliscono a carenze sempre più evidenti: non si può gettare su di loro la responsabilità della gestione fallimentare del nostro Stato, come non si può continuamente umiliare chi vive ancora oggi l’asprezza e la bellezza delle nostre montagne».

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