30 anni fa Reinhard Karl

Reinhard Karl, classe 1946, di Heidelberg, è morto sulla parete sud del Cho Oyu il 19 maggio 1982. Sono passati trent’anni dall’incidente, e il mito di Karl è intatto come allora. La montagna e l’alpinismo, per lui erano un motivo di vita e una fonte di illuminazione.

Reinhard aveva cominciato a guadagnarsi da vivere facendo il meccanico d’auto. Perché? «La tecnica, viaggiare, andare lontano, fare qualcosa con le mie mani» si rispondeva nella sua biografia, pubblicata nel 1980. «Forse per questo scelsi all’età di quattordici anni il più sporco e il più misero fra i lavori che può sognare un ragazzo» spiegava. Poi per lui ci sarà la parentesi degli studi a Francoforte, all’epoca della grande contestazione giovanile. E infine l’incontro con l’arte, grazie alla fotografia “di montagna”. E anche il primo incontro con la scrittura, in un’autobiografia che rivela tratti ingenui ma sentimenti veri, forti, genuini, e che scorre come acqua di fonte capace di dissetare una generazione di giovani ormai disillusa dalla vita. Montagna vissuta, tempo per respirare diventa in breve un manifesto per intere schiere di alpinisti. È in chiave antiretorica e con una rara capacità di stupirsi e di entusiasmarsi di fronte allo spettacolo della natura, che Reinhard racconta l’incontro con il VII grado, gli hippy e Yosemite, il Gasherbrum, l’Everest, il Cerro Torre.

Per ricordarlo, ci è sembrato opportuno riproporre ai nostri lettori il testo della IV di copertina della sua autobiografia, uscita per Dall’Oglio proprio nell’anno della scomparsa di Reinhard (ma ricordiamo che del libro esiste un’edizione più recente, del 2000, proposta da Vivalda).

«Ho lasciato dietro di me la solitudine alla macchina per scrivere. Ascoltando dentro di me, spesso non ho sentito altro che il silenzio dei monti. Di nuovo è giunta per me l’ora di abbandonare le pianure della civiltà. Di nuovo sono irrequieto. Mi sono reso conto di quante ore dure io abbia dovuto passare in montagna solo rileggendo le mie righe. Tuttavia sono arrivato più lontano seguendo il lungo giro per i monti, che non seguendo le vie del piano. Intuisco che l’alpinismo di prestazione sportiva possa essere anche solo una tappa della vita. Forse l’ultimo scalino prima di diventare davvero adulti. Ma i monti mi hanno dato molto. Forse la lotta con la montagna è paragonabile alla salita. Rimane impressa nella coscienza perché è così faticosa. La felicità è paragonabile alla discesa. Si scende facilmente e in fretta si dimentica. Non importa quale montagna si salga: lassù si guarderà sempre più lontano. Non so cosa si cerchi lassù. La verità è così complicata che nessuno la capisce. In realtà la montagna è solo una meta nominale: quello che conta, sono le ore, i minuti, i secondi, e come si vivono. Ora i miei problemi non saranno più gli ottomila metri o l’VIII grado. Il mio problema sarà ora l’arte di salire una montagna».

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