Viaggio al Polo Sud

Dopo l’Oscar vinto nel 2006 con “La marcia dei pinguini”, il biologo e documentarista francese Luc Jacquet è tornato in Antartide per un altro omaggio a un mondo che lo affascina da quando, studente ventitreenne, trascorse un periodo di studio nella stazione scientifica Demont D’Urville. 

Con “Viaggio al Polo Sud”, da poco nelle sale, Jacquet ha scelto un approccio molto diverso, a cominciare dall’uso di un austero bianco e nero che nulla toglie alla bellezza dei luoghi, e anzi ne esalta la potenza. Ne “La marcia dei pinguini” non si poteva non trepidare per le sorti dei buffi protagonisti, impegnati nel lungo cammino che precedeva l’accoppiamento, nell’accudimento della prole e infine nel ritorno all’oceano. Qui al centro della scena c’è soltanto l’ambiente, con il suo fascino primordiale e a volte crudele.

L’autore è l’unica presenza umana nel documentario, e la sua immagine è spesso sfocata quasi a simboleggiarne l’ irrilevanza. Il viaggio parte dalle aspre e selvagge Torri del Paine, e prosegue attraverso le foreste patagoniche fino alla Terra del Fuoco. Poi il mare, Capo Horn, la traversata di uno degli oceani più tempestosi del mondo, il ghiaccio antartico dove la nave cerca faticosamente di aprirsi una strada, l’arrivo sul continente, la sua rispettosa esplorazione.

“Viaggio al Polo Sud” è un documentario che vale la pena di essere visto per le splendide immagini, per l’eccezionalità di alcune riprese di vita sottomarina, per l’attenzione ai dettagli che trasforma la semplice caduta di una goccia d’acqua in una avventura. Ma è anche qualcosa di più. È un viaggio interiore,  una riflessione sul nostro modo di stare al mondo, su ciò che è davvero importante e ciò che non lo è. Il titolo originale del film,  “Continent magnétique” rende bene l’idea di un continente dall’attrattiva irresistibile, che fa impazzire le bussole, ma anche  — dice Jacquet — la mente dell’uomo. 

gbg

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