Ventotto anni dopo

Non ci sono soltanto l’ottimo “Trainspotting” e gli Oscar vinti con l’ampiamente sopravvalutato “The Millionaire” nella carriera del regista inglese Danny Boyle. Un posto di rilievo merita l’horror apocalittico “Ventotto giorni dopo”, sceneggiato da Alex Garland e uscito nel 2002. Un piccolo gioiello girato con telecamere semiprofessionali, dove un ragazzo in coma dopo un incidente stradale si risveglia in una Inghilterra sconvolta da una epidemia di rabbia, e deve difendersi non soltanto da orde di contagiati assetati di sangue, ma anche da gruppi di sbandati e militari impazziti. La forza del film non stava tanto nella trama, scontatissima, quanto nei risvolti morali e nell’evidente intento di critica sociale, che erano completamente assenti in un dozzinale sequel uscito cinque anni dopo senza il coinvolgimento di Boyle.

Con “Ventotto anni dopo”, da pochi giorni nelle sale, la coppia Boyle e Garland si è ricostituita e ha ancora una volta puntato sulla sperimentazione, girando quasi tutto il film con gli iPhone. I risultati sono sorprendenti. 

L’Inghilterra non è riuscita a contenere l’epidemia, ed è completamente isolata dal resto del mondo. Un gruppo di superstiti vive su una piccola isola dove vige una economia agricola di sussistenza. I più coraggiosi si avventurano sulla terraferma alla ricerca di materie prime e rifornimenti, e uccidono senza pietà tutti i contagiati che incontrano, rallentati dalla malattia, ma sempre pericolosi. In una di queste spedizioni un uomo porta il figlio dodicenne, in una sorta di prova di iniziazione. Le cose, però,  non vanno come previsto. Alcuni dei contagiati sono più alti, robusti e aggressivi di altri, e sono riusciti a darsi una rudimentale forma di organizzazione sociale. 

“Ventotto anni dopo”, concepito come la prima parte di una trilogia, è un horror e le scene truculente non mancano. Ma è anche un film intelligente  che va oltre gli stereotipi del genere.

gbg

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Potrebbero interessarti
LEGGI

Cinque giorni un’ estate

La montagna ispira i film maker. Ma sono  pochi i film sulla montagna che escono dal circuito dei festival…
LEGGI
Il materiale e l'immaginario
LEGGI

Il materiale e l’immaginario

“La conoscenza di Remo Ceserani risale alla fine degli anni Settanta. Con Lidia De Federicis avevamo progettato una storia letteraria per le scuole superiori di nuovo genere, per la quale era necessario individuare un coautore capace e disponibile. Proprio in quegli anni la rivista Belfagor presentava interventi diversi sul modo di affrontare l’insegnamento della letteratura. Quello proposto da Ceserani si avvicinava molto alle nostre aspettative. Decisi di interpellarlo, e…
LEGGI
LEGGI

Il ritratto di James Lord

Gli amanti dell’arte non lo perdano. Presentato al Torino Film Festival, The Final Portrait di Stanley Tucci racconta…
LEGGI
LEGGI

Assassinio sull’Eiger

Il terzo film scelto per la nostra rassegna è Assassinio sull’Eiger, titolo originale The Eiger Sanction, diretto e interpretato…
LEGGI
LEGGI

Suicidio in diretta

Addirittura due film quest’anno hanno ricordato la figura di Christine Chubbuck che nel lontano 1974 fu la prima…
LEGGI
LEGGI

L’uomo che giocava

Per chi ha voglia di cercare, e di conoscere, le montagne custodiscono tesori inaspettati. E in montagna si scoprono…
LEGGI