Una donna chiamata Maixabel

Meglio tardi che mai. “Maixabel”, della regista spagnola Icíar Bollaín, è un film del 2021 arrivato in Italia soltanto in questi giorni con il titolo “Una donna chiamata Maixabel”. Distribuito in una decina di sale, senza promozioni particolari, racconta una drammatica storia vera e ha le carte in regola per avere una lunga vita grazie al passaparola. E se lo merita.

Maixabel è Maixabel Lasa, vedova del politico socialista Juan María Jaúregui, assassinato a Tolosa Il 29 luglio del 2000 da un commando dell’ETA composto da tre persone. Per Maixabel e la giovane figlia Maria nulla sarà più come prima. Ma anche gli assassini, arrestarti e condannati a 39 anni di carcere, dovranno fare i conti con la loro coscienza. Uno in particolare,  Ibon Etxezarreta, maturerà una sofferta presa di distanza dalla violenza dell’Eta e sentirà il bisogno di incontrare la vedova della sua vittima. A quel punto Maixabel, nel frattempo diventata presidente di una associazione delle vittime del terrorismo, dovrà decidere che cosa fare.

“Maixabel” è uno dei quei film che lasciano nello spettatore la sensazione di non avere sprecato il proprio tempo. Indigna, commuove, e fa pensare grazie a una regia misurata, lontana da ogni retorica, e a uno splendido gruppo di attori. Blanca Portillo è un intensa Maixabel, ferita ma non sconfitta. Come il marito, ucciso dall’Eta per il suo tentativo di mediare tra le istanze dell’indipendentismo basco e lo stato spagnolo, pensa che soltanto il dialogo  possa sconfiggere la violenza, e accetta di pagarne il prezzo. Luis Tosar, un convincente Ibon,  riesce nel difficile compito di  dare credibilità alla trasformazione del suo personaggio, alla ricerca di  una pace interiore impossibile da raggiungere. Ben coadiuvati da tutti gli altri, i due protagonisti contribuiscono a fare di “Maixabel” un esempio di cinema civile in grado di parlare a tutti i paesi che hanno vissuto gli anni bui del terrorismo.

gbg

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