Un western patagonico.

Terra del Fuoco, primi anni del Novecento. Da una parte gli allevatori che vendono oltreoceano la lana pregiata delle loro pecore, dall’altra gli indigeni Selk’nam, che non sono più in grado di vivere come un tempo a causa del filo spinato che protegge i pascoli e della scomparsa della fauna locale. Costretti a rubare le pecore, diventano a loro volta preda dei coloni, che li sterminano senza pietà.

“Los colonos” del regista cileno Felipe Gàlvez, racconta questa drammatica vicenda attraverso il lungo viaggio di tre uomini, pagati da un allevatore senza scrupoli per dare la caccia agli indigeni. I tre, due bianchi e un mezzosangue dalla mira infallibile, si inoltrano nello splendido e severo nulla della  Patagonia. Scalano montagne, attraversano pianure sconfinate, setacciano boschetti. E uccidono uomini, donne e bambini, mutilando i corpi per portare al padrone le prove del loro operato. Solo il meticcio mostra una parvenza di umanità, e sarà lui, molti anni dopo, a raccontare l’accaduto.

Gàlvez ricostruisce, con il ritmo e le scelte stilistiche tipiche dei western, una storia vera. È reale il personaggio del latifondista Menéndez, che ordina lo sterminio. Tristemente noto, con il soprannome di Porco Rosso, era il soldato scozzese MacLennan, che guidò molte sanguinose spedizioni contro gli indigeni. Il terzo componente del gruppo, il texano Bill, è un personaggio di fantasia. Ma la sua presenza serve al regista per sottolineare le similitudini tra i massacri patagonici e quelli avvenuti qualche anno prima nel Nord America, ai danni degli indiani.

Oggi i Selk’nam non esistono più, e soltanto alcuni studiosi parlano la loro lingua. Ridotti a poche decine di individui dalle uccisioni e dalle malattie portate dall’uomo bianco, furono assistiti dai missionari, ma chiusi in riserve che non consentivano il tipo di vita a cui erano abituati. Gli ultimi morirono nella seconda metà del ventesimo secolo.

gbg

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