Un inquietante picnic

Niente a che vedere con gli horror attuali, pieni di effetti speciali e di litri di sangue sparsi a piene mani per vincere la noia. Ma “Picnic a Hanging Rock” dell’australiano Peter Weir, alla prima prova di una folgorante carriera, resta uno dei film più inquietanti della storia del cinema, e ancora oggi, rivisto a quasi cinquanta anni di distanza su Prime Video, lascia lo spettatore con il fiato sospeso.

Australia, 1900. Nel giorno di San Valentino un gruppo di ragazze dell’Appleyard College va in gita sul massiccio roccioso di Hanging Rock, nei pressi di Melbourne. Quattro giovani e una insegnante si allontanano per una breve escursione, e una sola ritorna in stato di choc e incapace di spiegare quello che è accaduto. Tutte le ricerche sono vane. Dopo otto giorni, quando ormai i soccorritori stanno perdendo le speranze, una delle quattro viene ritrovata priva di sensi da un amico nei pressi della cima. Anche lei non è in grado di spiegare l’accaduto, e le tensioni provocate dalla misteriosa vicenda hanno gravi conseguenze sulla vita del college.

Peter Weir si basò sull’omonimo romanzo della scrittrice australiana Joan Lindsay, che in alcune interviste aveva detto di essersi ispirata a un fatto di cronaca. Si è poi scoperto che non era vero, e che l’articolo pubblicato alla fine del romanzo per sostenere questa tesi era un falso. Ma questo non toglie fascino né al romanzo né al film, che ottenne un meritato e straordinario successo internazionale grazie anche alla colonna sonora con l’ossessionante flauto di Georghe Zamfir. 

Per interpretare le studentesse Weir si avvalse di giovanissime non professioniste, che furono doppiate nei dialoghi, ma si dimostrarono perfette nelle interazioni con un ambiente selvaggio e misterioso, ancora oggi meta di escursioni e gite rievocative. Splendidi anche i costumi e la ricostruzione della vita nell’Australia vittoriana, con tutte le sue rigide imposizioni.

gbg

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