Tom Cruise non basta

Da troppi anni a digiuno di vittorie sui veri campi di battaglia, gli americani sognano con il cinema. E così ecco sui nostri schermi “Top Gun: Maverick”, sequel del film di Tony Scott che nel 1986 sbancò i botteghini con la sua retorica bellicista, supportata da una robusta dose di amicizia virile e da una melensa storia di amore. Il punto forte del film erano le spettacolari riprese aeree. La computer grafica ancora non esisteva, e la marina degli Stati Uniti mise a disposizione di Scott i suoi aerei e i suoi migliori piloti, che si esibirono in spericolate simulazioni guerresche. Uno di loro morì durante le riprese.

Nel suo genere “Top Gun” era un bel film, che dette fama internazionale al giovane Tom Cruise. Ed è Tom Cruise, invecchiato ma ancora sulla breccia, ad essere richiamato in servizio in questo secondo capitolo della saga, diretto da Joseph Kosinsky. Dovrebbe limitarsi ad addestrare i nuovi top gun per una missione ai limiti dell’impossibile: distruggere un impianto nucleare in un paese canaglia non meglio identificato e armato fino ai denti. Ma alla fine, contro il parere dei superiori,  si alza in volo con loro.

Kosinsky non ha il talento del compianto Tony Scott e ha saggiamente deciso di andare sul sicuro, riprendendo dal vecchio “Top Gun” intere sequenze, compresa quella bellissima iniziale con gli aerei in controluce che si preparano a decollare da una portaerei. Come Scott ha avuto il pieno sostegno della marina per girare le acrobazie che sono il piatto forte del film. Di suo ha aggiunto molta computer grafica, ma l’ha usata con discrezione e la cosa non dà eccessivamente fastidio. Invece infastidisce – e molto – il tentativo di rendere il finale più spettacolare di quello originale, con il pessimo risultato di cadere nell’inverosimile. Il brutto vizio di sottovalutare il nemico facendone una sorta di caricatura ha rovinato parecchi film di guerra americani. E “Top Gun: Maverick” non fa eccezione.

gbg

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